L’ANELLO DI TOPAZIO
Era la mia compagna di banco, quarant’anni fa.
Ora me la ritrovo lungo le scale del condominio dove da poco ho preso in
affitto una piccola mansarda. Ha messo imbottiture dappertutto, solo il collo
le è rimasto sottile e il cranio
piccolo, coi capelli tirati, le da un’aria da dinosauro.
“Vieni,” mi dice, “entra. Ti
faccio un caffè.” Non molla la mia mano e mi trascina in un salotto senza
microbi. Contro le pareti stanno come i ritratti degli antenati due vecchie
color seppia.“Sono le zie di mio marito.” Le due vecchie cambiano posizione dunque sono vive. Vive e cattive. Lo capisco subito. Niente arrendevolezza, niente di quella sapiente dolcezza senile di cui si dice in giro. Queste qui sono rospi. Tono aspri di voce: fa’ questo fa’ quello, sbrigati lumaca!
“Il mio tè,” strepita una. L’altra borbotta di un certo vino che le deve essere servito in un bicchiere a calice allungato.”
“ Sono piene di esigenze,” mormora Eleonora, la mia compagna di banco.” Non mi chiamano mai per nome, mi dicono ehi tu, non mi lasciano un attimo di respiro, mangiano e bevono a tutte le ore…”
“ Il letto stanotte aveva le grinze,” dice la più pallida.” Ho le piaghe sulle reni …” e ciabatta con le mani dietro a sostenersi le ossa. “Vedi di tirarle meglio le lenzuola, o ti fa male la gobba?”
La voce è astiosa carica di disprezzo. La vecchia colorita, quella per intenderci che gradisce i passiti, comincia ad aprire e chiudere le ante della cucina e a fare un gran baccano. Lei, l’Eleonora, si barcamena tra fornello e lavandino, prepara tazze, piattini, il bicchiere a calice lungo e subito la vecchia colorita ci infila il naso e dice che puzza di freschino. Eleonora cambia bicchiere, asciuga una gocciolina d’acqua sul granito del tavolo, cerca di aiutare le vecchia col mal di reni che vuole andare a sdraiarsi e quella, col bastone, la colpisce sui polpacci: “ Ehi tu, sta’ attenta, mi fai male, non hai garbo, sei proprio una contadina…”
“Contesse si nasce..” sentenzia la pallida. Ha uno stemma nobiliare ricamato sul taschino e digerisce il vinsanto con un rutto poco rispettoso.
“ Sai,” la scusa Eleonora, “ le basta un goccio per andare su di giri,” e passa rapidamente il gomito sull’angolo del tavolo di granito per cancellare impronte. Che sia un’assassina?
“Ehi tu…ma ci senti?....”
“ Non c’è mai pace,” dice tra i denti la mia compagna di banco.” Vogliono sempre qualcosa. Mi chiamano in continuazione.”
In quel momento entra il marito dell’Eleonora, dentiera candida e sguardo da sporcaccione. Mi sorride. All’Eleonora neanche bah. “ Un caffè,” ordina senza guardarla. “chiudi quella finestra…Ehi, dico a te. Sei sorda?” Aggiunge, senza nemmeno muovere la testa che ha bisogno della camicia color pesca, subito. E’ stata almeno lavata e stirata? Risucchia il caffè, sparisce in camera, riappare in un odoraccio di deodorante su sudore non lavato. “ Bene,” dice guardando me.” Purtroppo devo andare…”
Lei striscia sulle sue orme con pattine calzate come ciabatte e la cera brilla di nuovo.
“Ora di sera sono stanca morta,” sospira sedendosi , finalmente. Ma lo dice con un sospiro che sa quasi di compiacimento. Ho visto una gioia remota rivoltarsi nel fango dei suoi occhi.
Come fai a resistere?”
“Ma io sono felice,” dice scandendo le sillabe: fe-li-ce.
“Felice?!”
Sono padrona delle loro vite,” sibila con sottile livore e allora appare perfino sinistra, così grossa a testa piccola. “Io li ho in pugno,” aggiunge avvicinandosi con alito da drago. “Guarda!”
La sua è una mano mal curata con anello da vescovo. Un topazio opaco nascondo il piccolo incavo pieno di polvere che pare pepe. “Veleno mortale,” aggiunge. “Schiaccio qui di lato, vedi? Veleno. Ne basta un granello nelle loro pappe maledette e alè…li mando tutti al diavolo.” Ha gli occhi lucidi di potere, può sopportare tutto dai piccoli topi dispettosi, lei, il dinosauro. “ Basta che uno di loro…superi il segno… e li faccio fuori.”
“Ma il segno,” dico, “ il segno qual è?”
Si stringe nelle spalle. “ Non lo so nemmeno io. Può essere un piccolo sgarbo, un grosso sgarbo..dipende. Dipende del momento, dal giorno, dal mio umore. Magari mai. Oppure ora, subito, adesso…” Mi guarda tranquilla. Una delle vecchie zie lancia un grido da tacchino:” Ehi tu, mi senti?”
Eccome la sente! Sorride l’Eleonora custode del grande segreto. Al fuoco bolle la minestra per la sera e lei rigira l’anello intorno a quel dito ormai consumato.
Un giorno o l’altro….