Il temporale si era aggirato
tutto il pomeriggio sfilacciandosi in nuvole livide sull’orlo delle colline. La
sera era stata buia come la notte e la notte, a mezzanotte, il cielo si era
acceso di lampi e poi di fulmini. I vetri di tutta la casa tremavano in binari
di stucco secco, l’ondolux che copriva il tetto rombava pieno di vento e i tuoni erano sempre più vicini. In tutto quel
frastuono di schianti e di vibrazioni la voce di Ettorino si levò con una
chiarezza impressionante: un urlo ben distinto, una paura decisa a
manifestarsi. “ L’uomo nero!!” E siccome i tuoni non avevano requie Ettorino
strillò ancora: “L’uomo nero l’uomo nero l’uomo nero!”
Sua madre corse verso di lui
che stava in pigiama e a piedi nudi proprio davanti alla porta della camera. In
una gran confusione di capelli sciolti di braccia e di nastri di seta, l’alito
caldo di lei era dia qualche conforto e
i suoi baci.
“L’uomo nero.”
“Dove?”
“L’ho visto.”
“E’ il temporale. Hai avuto
paura.”
“ Non è il temporale.Il temporale
è il temporale. Io ho visto l’uomo nero.”
Lei aveva acceso la luce
dell’ingresso e poi quella della cucina. “Ti scaldo il latte?”
“No.” Ettorino si guardava in
giro. Al di là dei vetri la pioggia strapazzava i pini del giardino con un
rimasuglio di rissosità.
“Senti? Il temporale si sta
calmando. Ora torni a dormire.”
“No,” disse il bambino. C’è
l’uomo nero. Sta diritto in piedi dentro camera tua. Io l’ho visto. Mi ero
alzato perché avevo sentito il temporale e lui stava là.”
Sua madre sospirò. Era fredda
gelata. Si prese Ettorino in braccio e gli mormorò:” Hai visto un’ombra e hai
avuto paura…” Lui non si lasciava
convincere. “Dormi con me nel mio letto, “supplicò. E non si lasciò convincere
nemmeno da suo padre, il mattino , alla fine del turno di notte. “Tu sei un
ometto, tu qui, tu là,” macchè, la sera dopo nonostante tutto fosse chiaro e
rassicurante, perfino uno straccio di luna a mettere allegria , Ettorino non ne
volle sapere di dormire da solo. Furono urli e strepiti, volarono sberle e poi
subito baci e l’accondiscendenza della
madre sempre più pallida.
Il padre chiese addirittura di
non fare i turni di notte per un po’. Lo sostituì un tale Crescenzi, suo
collega che non aveva famiglia, così poteva dormire nel letto a castello in camera del figlio, una volta lui, una
volta sua moglie, altrimenti erano tragedie. “ La colpa è tua!” si
rinfacciavano i due. “E’ un capriccio bello e buono!” Ma il bambino, che di giorno era vispo, quando la sera sommergeva con l’alta marea
dell’oscurità la vecchia casa e le stelle scivolavano fuori dai monti , se ne
stava sbertucciato dalla paura con la bocca senza saliva.
“Così non si può andare
avanti” disse suo padre. “Chiamiamo il medico.” Il medico disse e non disse,
farfugliò di camomille, mancanza d’affetto, complessi edipici e suggerì un purgante. Ettorino bevve la camomilla, prese
l’olio di ricino ed ebbe sonni ancora più inquieti in braccio a mamma o a papà
che continuava a farsi sostituire dal Crescenzi nei turni di notte.
“E’ un gran brav’uomo il Crescenzi,
un vero amico. Bisognerà invitarlo domenica a pranzo.” La moglie abbassò gli
occhi e non disse niente ma la domenica la casa profumava di rosmarino e
arrosto lardellato. Tovaglia ricamata e piatti della festa. Il Crescenzi entrò
ridendo coi bei denti bianchi, grande e grosso vestito di blu. Appoggiò le
paste sul tavolo e fece un inchino da buffone.
“E’ l’uomo nero!” disse
Ettorino puntando il braccio la mano il
dito contro di lui. “Lui è l’uomo nero!”
La mamma si rammollì su una sedia e la testa si piegò
all’indietro senza che lei la risollevasse.
“Lui è l’uomo nero.”
“Che sciocchezze,” disse suo
padre e non riusciva a capire perchè la moglie fosse così stranita da sembrare
svenuta e il Crescenzi fosse così livido, con le mani strette sul vassoio delle
paste a rischio di schiacciare i bignè.
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