martedì 10 dicembre 2013

L'UOMO NERO

          
 
Il temporale si era aggirato tutto il pomeriggio sfilacciandosi in nuvole livide sull’orlo delle colline. La sera era stata buia come la notte e la notte, a mezzanotte, il cielo si era acceso di lampi e poi di fulmini. I vetri di tutta la casa tremavano in binari di stucco secco, l’ondolux che copriva il tetto rombava pieno di vento e i  tuoni erano sempre più vicini. In tutto quel frastuono di schianti e di vibrazioni la voce di Ettorino si levò con una chiarezza impressionante: un urlo ben distinto, una paura decisa a manifestarsi. “ L’uomo nero!!” E siccome i tuoni non avevano requie Ettorino strillò ancora: “L’uomo nero l’uomo nero l’uomo nero!”
Sua madre corse verso di lui che stava in pigiama e a piedi nudi proprio davanti alla porta della camera. In una gran confusione di capelli sciolti di braccia e di nastri di seta, l’alito caldo di lei era  dia qualche conforto e i suoi baci.
“L’uomo nero.”
“Dove?”
“L’ho visto.”
“E’ il temporale. Hai avuto paura.”
“ Non è il temporale.Il temporale è il temporale. Io ho visto l’uomo nero.”
Lei aveva acceso la luce dell’ingresso e poi quella della cucina. “Ti scaldo il latte?”
“No.” Ettorino si guardava in giro. Al di là dei vetri la pioggia strapazzava i pini del giardino con un rimasuglio di rissosità.
“Senti? Il temporale si sta calmando. Ora torni a dormire.”
“No,” disse il bambino. C’è l’uomo nero. Sta diritto in piedi dentro camera tua. Io l’ho visto. Mi ero alzato perché avevo sentito il temporale e lui stava là.”
Sua madre sospirò. Era fredda gelata. Si prese Ettorino in braccio e gli mormorò:” Hai visto un’ombra e hai avuto paura…” Lui  non si lasciava convincere. “Dormi con me nel mio letto, “supplicò. E non si lasciò convincere nemmeno da suo padre, il mattino , alla fine del turno di notte. “Tu sei un ometto, tu qui, tu là,” macchè, la sera dopo nonostante tutto fosse chiaro e rassicurante, perfino uno straccio di luna a mettere allegria , Ettorino non ne volle sapere di dormire da solo. Furono urli e strepiti, volarono sberle e poi subito baci  e l’accondiscendenza della madre sempre più pallida.
Il padre chiese addirittura di non fare i turni di notte per un po’. Lo sostituì un tale Crescenzi, suo collega che non aveva famiglia, così poteva dormire nel letto a castello  in camera del figlio, una volta lui, una volta sua moglie, altrimenti erano tragedie. “ La colpa è tua!” si rinfacciavano i due. “E’ un capriccio bello e buono!” Ma il bambino,  che di giorno era vispo,   quando la sera sommergeva con l’alta marea dell’oscurità la vecchia casa e le stelle scivolavano fuori dai monti , se ne stava sbertucciato dalla paura con la bocca senza saliva.
“Così non si può andare avanti” disse suo padre. “Chiamiamo il medico.” Il medico disse e non disse, farfugliò di camomille, mancanza d’affetto, complessi edipici e suggerì un  purgante. Ettorino bevve la camomilla, prese l’olio di ricino ed ebbe sonni ancora più inquieti in braccio a mamma o a papà che continuava a farsi sostituire dal Crescenzi nei turni di notte.
“E’ un gran brav’uomo il Crescenzi, un vero amico. Bisognerà invitarlo domenica a pranzo.” La moglie abbassò gli occhi e non disse niente ma la domenica la casa profumava di rosmarino e arrosto lardellato. Tovaglia ricamata e piatti della festa. Il Crescenzi entrò ridendo coi bei denti bianchi, grande e grosso vestito di blu. Appoggiò le paste sul tavolo e fece un inchino da buffone.
“E’ l’uomo nero!” disse Ettorino  puntando il braccio la mano il dito contro di lui. “Lui è l’uomo nero!”
La mamma  si rammollì su una sedia e la testa si piegò all’indietro senza che lei la risollevasse.
“Lui è l’uomo nero.”
“Che sciocchezze,” disse suo padre e non riusciva a capire perchè la moglie fosse così stranita da sembrare svenuta e il Crescenzi fosse così livido, con le mani strette sul vassoio delle paste a rischio di schiacciare i bignè.

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