mercoledì 11 dicembre 2013

L'ANELLO DI TOPAZIO


                        L’ANELLO DI TOPAZIO

 

 

Era  la mia compagna di banco, quarant’anni fa. Ora me la ritrovo lungo le scale del condominio dove da poco ho preso in affitto una piccola mansarda. Ha messo imbottiture dappertutto, solo il collo le è rimasto sottile e il  cranio piccolo, coi capelli tirati, le da un’aria da dinosauro.
“Vieni,” mi dice, “entra. Ti faccio un caffè.” Non molla la mia mano e mi trascina in un salotto senza microbi. Contro le pareti stanno come i ritratti degli antenati due vecchie color seppia.
“Sono le zie di mio marito.” Le due vecchie cambiano posizione dunque sono vive. Vive e cattive. Lo capisco subito. Niente arrendevolezza, niente di quella sapiente dolcezza senile di cui si dice in giro. Queste qui sono rospi. Tono aspri di voce: fa’ questo fa’ quello, sbrigati lumaca!
“Il mio tè,” strepita una. L’altra borbotta di un certo vino  che le deve essere servito in un bicchiere a calice allungato.”
“ Sono piene di esigenze,”  mormora Eleonora, la mia compagna di banco.” Non mi chiamano mai per nome, mi dicono ehi tu, non mi lasciano un attimo di respiro, mangiano e bevono a tutte le ore…”
“ Il letto stanotte aveva le grinze,” dice la più pallida.” Ho le piaghe sulle reni …” e ciabatta  con le mani dietro a sostenersi le ossa. “Vedi di tirarle meglio le lenzuola, o ti fa male la gobba?”
La voce è astiosa carica di disprezzo. La vecchia  colorita, quella per intenderci che gradisce i passiti, comincia ad aprire e chiudere le ante della cucina e a fare un gran baccano. Lei, l’Eleonora, si barcamena tra fornello e lavandino, prepara tazze, piattini, il bicchiere a calice lungo e subito la vecchia colorita ci infila il naso e dice che puzza di freschino. Eleonora cambia bicchiere, asciuga una gocciolina d’acqua sul granito del tavolo, cerca di  aiutare le vecchia col mal di reni che vuole andare a sdraiarsi e quella, col bastone, la colpisce sui polpacci: “ Ehi tu, sta’ attenta, mi fai male, non hai garbo, sei  proprio una contadina…”
“Contesse si nasce..” sentenzia la pallida. Ha uno stemma nobiliare ricamato sul taschino e digerisce il vinsanto con  un rutto poco rispettoso.
“ Sai,” la scusa Eleonora, “ le basta un goccio per andare su di giri,” e passa rapidamente il gomito sull’angolo del tavolo di granito per cancellare impronte. Che sia  un’assassina?
“Ehi tu…ma ci senti?....”
“ Non c’è mai pace,” dice tra i denti la mia compagna di banco.” Vogliono sempre qualcosa. Mi chiamano in continuazione.”
In quel momento entra il marito dell’Eleonora, dentiera candida e sguardo da sporcaccione. Mi sorride. All’Eleonora neanche bah. “ Un caffè,” ordina senza guardarla. “chiudi quella finestra…Ehi, dico a te. Sei sorda?” Aggiunge, senza nemmeno muovere la testa che ha bisogno della camicia color pesca, subito. E’ stata almeno lavata e stirata?  Risucchia il caffè, sparisce in camera, riappare in un odoraccio di deodorante su sudore non lavato. “ Bene,” dice guardando me.” Purtroppo devo andare…”
Lei striscia sulle sue orme con pattine calzate come ciabatte  e la cera brilla di nuovo.
“Ora di sera sono stanca morta,” sospira sedendosi , finalmente. Ma lo dice con un sospiro che sa quasi di compiacimento. Ho visto una gioia remota rivoltarsi nel fango dei suoi occhi.
Come fai a resistere?”
“Ma io sono felice,” dice scandendo le sillabe: fe-li-ce.
“Felice?!”
Sono padrona delle loro vite,” sibila con sottile livore e allora appare perfino sinistra, così grossa a testa piccola. “Io li ho in pugno,” aggiunge avvicinandosi con alito da drago. “Guarda!”
La sua è una mano mal curata con anello da vescovo. Un  topazio opaco nascondo il piccolo incavo pieno di polvere che pare pepe. “Veleno mortale,” aggiunge. “Schiaccio qui di lato, vedi? Veleno. Ne basta un granello nelle loro pappe maledette e alè…li mando tutti al diavolo.” Ha gli occhi lucidi di potere, può sopportare tutto  dai piccoli topi dispettosi, lei, il dinosauro. “ Basta che uno di loro…superi il segno… e  li faccio fuori.”
“Ma il segno,” dico, “ il segno qual è?”
Si stringe nelle spalle. “ Non lo so nemmeno io. Può essere un piccolo sgarbo, un grosso sgarbo..dipende. Dipende del momento, dal giorno, dal mio umore. Magari mai. Oppure ora, subito, adesso…” Mi guarda tranquilla. Una  delle vecchie zie lancia un grido da tacchino:” Ehi tu,  mi senti?”
Eccome la sente! Sorride l’Eleonora custode del grande segreto. Al fuoco bolle la minestra per la sera e lei rigira l’anello intorno a quel dito ormai consumato.
Un  giorno o l’altro….

martedì 10 dicembre 2013

LUNA PIENA


                           

 

Una fila di cipressi incatenava la casa all’acqua . Il giardino era solcato in tutta la sua lunghezza dall’ombra densa  di questi alberi cigolanti e pieni di nidi.
Eliseo viveva solo, godendosi i tempi lunghi del lago, segnati dalle diverse increspature dei venti, in un ozio contemplativo che prodigava a piene mani una specie di inquietante felicità. Quando sua moglie Melissa, separata da anni, gli comunicò che avrebbe passato alcuni giorni da lui con la figlioletta Serena, Eliseo tentò deboli rifiuti. “Ma come,” gridava la donna dall’altro capo del telefono, “tua figlia quasi non la conosci! Non senti nessuna tenerezza di padre?” Eliseo non sentiva nessuna tenerezza di padre e tirò fuori la scusa della domestica in ferie. “ Mi porto la Cleofe,” disse la moglie. “Fa tutto lei, non c’è problema!”
Così Eliseo si vide arrivare le tre donne su una Citroen carica di valigie. Sua moglie Melissa era più bella di dieci anni prima: imbastita cucita stirata ricamata, non faceva una grinza. La bimba, figlia sua, sangue del suo sangue, era più brutta di come lui la ricordava e stava diritta in piedi, senza nessuna grazia, ad aspettare un segno d’amore e allora lui le disse: “Ehilà, vuoi fare il bagno nel lago?” e quella si mise a saltellare di gioia. La serva Cleofe, Eliseo se ne era accorto, non gli staccava gli occhi di dosso. Lo soppesava, lo misurava, osservava le ombre scure sotto i suoi occhi di uomo solitario, gli guardava i denti quando lui rideva. “C’è qualcosa che non va?” chiese cortesemente da bravo padrone di casa. Lei si strinse villanamente nelle spalle e non rispose.
La sera stessa c’era la luna piena. Il giardino bianco e nero tremava di una bellezza maligna. Serena voleva scendere a fare un altro bagno. “Ma no,” disse la serva Cleofe,” ma no che c’è la luna piena.” “E allora?” chiesero in coro Eliseo e Melissa. “E’ notte di vampiri e la bambina è meglio che vada a letto.” “Storie! La bambina resta con noi,” disse secca Melissa.  Cleofe getto un’occhiata di fuoco ad Eliseo e se ne andò sbattendo le porte una dietro l’altra fino a quella di camera sua .
E’ una donna strana,” disse lui alla moglie. “ Di solito è normale, allegra, simpatica. Non so cosa  le è preso..” mormorò lei pensierosa. “Forse non le piace il posto,” azzardò Eliseo. “Non le piaci tu,” disse sempre più pensierosa Melissa. “Non so perché ma non le piaci proprio.”
Eliseo fu preso da un’angoscia polverosa, antica, conosciuta e sconosciuta al tempo stesso. Prima di andare a dormire passò davanti alla camera di Cleofe e quando sentì l’angoscia diventare paura, non ebbe più dubbi e chiuse la porta della donna a chiave. Non si fidava.  E la luna era piena. Splendeva rotonda, senza sbavature. Si potevano sentire i pianti dei lupi sulle montagne al di là del lago.
Eliseo credeva che non si sarebbe addormentato mai ma poi dormì. Un sonno pieno di incubi, e l’alba fu livida, straziata da nuvole filacciose e  il giorno, miracolosamente,  si aprì su cristallini strappi di azzurro mentre il  lago mormorava come un prete in confessionale.
“Ho dormito male stanotte,” disse Melissa spiegazzata come un cuscino di lino.
“Anch’io,” disse Eliseo. “Non si è ancora svegliata Serena?”
“Nemmeno Cleofe si è svegliata.”
Allora lui si ricordò di averla chiusa a chiave. Attraversò il portico di corsa ed entrò in casa. Si udivano gli urli della serva che batteva i pugni sulla porta. “La bambina, dov’è la bambina, dov’è la bambinaaa”. Era come un’ossessa, diede una spinta ad Eliseo e corse verso la camera di Serena. Si fermò un attimo. Cantavano gli uccellini in pieno sole, gridarono le cicale più forte e ancora più alto fu il suo grido, e poi il grido di Melissa che era sopraggiunta e altre grida e tutto, tutto gridava.
La bambina giaceva azzannata alla gola. Due buchi sul collo insanguinato e lei bianca più bianca della camicina di sangallo.”
“Lo sapevo,” mormorò  la Cleofe. “Io lo sentivo che sarebbe finita così.” Non gridava più nessuno.
Eliseo si sentì carico di orrore e di stanchezza infinita. Fece pochi passi ed entrò in bagno. Lo specchio gli rimandò la faccia color pietra, una lieve traccia rossa sui canini da lupo mannaro. Ma da tempo ormai aveva cantato il primo gallo e lui , come sempre, aveva perso ogni memoria della notte.

 

 

 

L'UOMO NERO

          
 
Il temporale si era aggirato tutto il pomeriggio sfilacciandosi in nuvole livide sull’orlo delle colline. La sera era stata buia come la notte e la notte, a mezzanotte, il cielo si era acceso di lampi e poi di fulmini. I vetri di tutta la casa tremavano in binari di stucco secco, l’ondolux che copriva il tetto rombava pieno di vento e i  tuoni erano sempre più vicini. In tutto quel frastuono di schianti e di vibrazioni la voce di Ettorino si levò con una chiarezza impressionante: un urlo ben distinto, una paura decisa a manifestarsi. “ L’uomo nero!!” E siccome i tuoni non avevano requie Ettorino strillò ancora: “L’uomo nero l’uomo nero l’uomo nero!”
Sua madre corse verso di lui che stava in pigiama e a piedi nudi proprio davanti alla porta della camera. In una gran confusione di capelli sciolti di braccia e di nastri di seta, l’alito caldo di lei era  dia qualche conforto e i suoi baci.
“L’uomo nero.”
“Dove?”
“L’ho visto.”
“E’ il temporale. Hai avuto paura.”
“ Non è il temporale.Il temporale è il temporale. Io ho visto l’uomo nero.”
Lei aveva acceso la luce dell’ingresso e poi quella della cucina. “Ti scaldo il latte?”
“No.” Ettorino si guardava in giro. Al di là dei vetri la pioggia strapazzava i pini del giardino con un rimasuglio di rissosità.
“Senti? Il temporale si sta calmando. Ora torni a dormire.”
“No,” disse il bambino. C’è l’uomo nero. Sta diritto in piedi dentro camera tua. Io l’ho visto. Mi ero alzato perché avevo sentito il temporale e lui stava là.”
Sua madre sospirò. Era fredda gelata. Si prese Ettorino in braccio e gli mormorò:” Hai visto un’ombra e hai avuto paura…” Lui  non si lasciava convincere. “Dormi con me nel mio letto, “supplicò. E non si lasciò convincere nemmeno da suo padre, il mattino , alla fine del turno di notte. “Tu sei un ometto, tu qui, tu là,” macchè, la sera dopo nonostante tutto fosse chiaro e rassicurante, perfino uno straccio di luna a mettere allegria , Ettorino non ne volle sapere di dormire da solo. Furono urli e strepiti, volarono sberle e poi subito baci  e l’accondiscendenza della madre sempre più pallida.
Il padre chiese addirittura di non fare i turni di notte per un po’. Lo sostituì un tale Crescenzi, suo collega che non aveva famiglia, così poteva dormire nel letto a castello  in camera del figlio, una volta lui, una volta sua moglie, altrimenti erano tragedie. “ La colpa è tua!” si rinfacciavano i due. “E’ un capriccio bello e buono!” Ma il bambino,  che di giorno era vispo,   quando la sera sommergeva con l’alta marea dell’oscurità la vecchia casa e le stelle scivolavano fuori dai monti , se ne stava sbertucciato dalla paura con la bocca senza saliva.
“Così non si può andare avanti” disse suo padre. “Chiamiamo il medico.” Il medico disse e non disse, farfugliò di camomille, mancanza d’affetto, complessi edipici e suggerì un  purgante. Ettorino bevve la camomilla, prese l’olio di ricino ed ebbe sonni ancora più inquieti in braccio a mamma o a papà che continuava a farsi sostituire dal Crescenzi nei turni di notte.
“E’ un gran brav’uomo il Crescenzi, un vero amico. Bisognerà invitarlo domenica a pranzo.” La moglie abbassò gli occhi e non disse niente ma la domenica la casa profumava di rosmarino e arrosto lardellato. Tovaglia ricamata e piatti della festa. Il Crescenzi entrò ridendo coi bei denti bianchi, grande e grosso vestito di blu. Appoggiò le paste sul tavolo e fece un inchino da buffone.
“E’ l’uomo nero!” disse Ettorino  puntando il braccio la mano il dito contro di lui. “Lui è l’uomo nero!”
La mamma  si rammollì su una sedia e la testa si piegò all’indietro senza che lei la risollevasse.
“Lui è l’uomo nero.”
“Che sciocchezze,” disse suo padre e non riusciva a capire perchè la moglie fosse così stranita da sembrare svenuta e il Crescenzi fosse così livido, con le mani strette sul vassoio delle paste a rischio di schiacciare i bignè.

domenica 8 dicembre 2013

IL LUPO RIDE


 La decappottabile blu elettrico fa fischiare le gomme in curva poi riprende un’andatura normale. A destra e a sinistra interminabili pioppeti con scriminature perfette danno una precisa sensazione di ordine naturale piuttosto che di armonia. Per Apollonio l’armonia consiste soprattutto nel caso, caso che fa di un allegro guazzabuglio il puzzle perfetto, per cui ogni filo d’erba ogni albero ogni sfumatura ogni forma ed ogni linea diventano elementi insostituibili di un insieme unico ed irripetibile.
Quando la ragazza sventola il foulard ai margini della strada e Apollonio ferma la macchina ecco appunto il caso metterci lo zampino con un particolare effetto di luce e gli occhi di lei che implora un passaggio sfavillano come stelle. Apollonio apre la portiera e la ragazza, sistemandosi sul sedile, è inesorabilmente fuori dall’incantesimo. Ha occhi di un comune color nocciola e un naso lunghetto. Porta un mantellino rosso sulla veste a quadretti e tiene un cestino in mano.
“Chi sei?” chiede Apollonio.
“Non lo vedi?” dice la ragazza voltandosi verso di lui. “ Sono Cappuccetto Rosso.”
I pioppeti nel frattempo sono spariti, la strada ora corre premuta ai margini di una boscaglia fitta e bassa, Un cielo di nessuno, senza nuvole e senza sole, sta impolverato di vapori a far ragnatele. E’ la prima volta che Apollonio rischia la strada normale, di solito fa pazientemente la fila davanti al casello dell’autostrada e poi si insonnolisce nella noia del rettilineo infinito. La strada normale è invece piena di curve e si ficca dentro il bosco senza preavviso.
“ E tu,” chiede la ragazza, “ e tu chi sei?”
Apollonio vorrebbe rispondere:” Sono la nonna di cappuccetto.” Davvero, ne ha una gran voglia. Un po’ per fare lo spiritoso e un po’ perché le parole quasi sono più forti della sua volontà e gli stanno uscendo di bocca. Ma si trattiene, si corregge a fatica e “Sono il bravo cacciatore,” dice.
Intorno oramai ci sono alberi vecchi di secoli, fronde buie, erbe misteriose cariche di veleni: cacciadiavoli ed ellebori neri, pulsatille e silvie stellate, mezzerei ed aquilegie color sangue.
“ Che buio!” dice Apollonio.
“ Per forza, siamo nel bosco!” esclama Cappuccetto Rosso con un sorrisino strano, il collo teso in avanti, il naso puntato come se si aspettasse qualcosa da un momento all’altro. Infatti è lei la prima a vedere l’ingombro e ad indicarlo col dito. “Attento, ferma la macchina!”
E’ calma e soave, compunta in una posizione di grande armonia, ecco, questione di luce o di poca luce, lei, con quel dito teso , il rilievo del naso, l’ondulante linea dei capelli splende perfetta in una perfetta cornice di erbe viperine e dulcamare. Gli ellebori neri, le silvie e le aquilegie sono ora squisitamente spartiti in aiuole dai colori armoniosi e la creatura che oscura la strada è di orribile bellezza.
“ Dio mio cos’è” chiede Apollonio con un filo di voce.
“E’ il lupo,” risponde Cappuccetto Rosso.
Ma non è certo il lupacchio mezzo cane snello agile con zampe sottili e orecchie diritte che si aggira per le montagne di tutta Europa, questo è il lupo mannaro, il licantropo della luna, il mostro, il lupo dei lupi. E ride. Il lupo ride. Sguaiato come può essere un lupo che ride.
“Dio mio,” ripete Apollonio, “che occhi grandi, che bocca grande.”
“ E’ il lupo no?” cinguetta la ragazzina perfettamente a suo agio.
La bestiaccia viene verso di loro sbrodolando saliva, passo dopo passo calpesta il folto dell’erba che ha invaso la strada, ma che dico strada, viottolo, sentiero di bosco tutto sassi e mirtilli. Con una zampata potrebbe fare una strage.
“Che facciamo che facciamo,” grida Apollonio.”
“Sei il bravo cacciatore no? Avrai un’arma con te, un fucile, qualcosa…”
“Macchè arma, macchè fucile,” biascica il disgraziato proprio mentre il lupo scardina una portiera.
“ Il bravo cacciatore,” dice Cappuccetto Rosso,” il bravo cacciatore ha sempre la meglio sul lupo cattivo.” Se ne sta, lei, tutta tranquilla e la bestia artiglia Apollonio con un lento movimento da ballerino russo e, senza fretta, ne fa scempio.
“ Bugiardo,” si mette a gridare Cappuccetto Rosso, “ tu non sei il bravo cacciatore…” Ha cominciato a correre nel bosco, inciampa, salta e ancora grida:” Tu non sei il bravo cacciatore…Tu sei la nonna, sei la nonna di Cappuccetto…”
Il bosco è sempre più nero. Cappuccetto Rosso rallenta, si ferma , tanto, in un modo o nell’altro il lupo la raggiungerà, la mangerà, poi arriverà il bravo cacciatore, quello vero, a salvarla.
Insomma non c’è più gusto. E’ sempre la stessa storia!

 

VILLA A LAGO

Adolfo amava soprattutto il tratto di lago tra Maderno e Bogliaco. Nelle giornate d’autunno l’acqua aveva un colore che non si poteva raccontare e tutto il resto era di un verde immortale e splendente. Gli inalterabili olivi, le agavi a braccia aperte e vaste muraglie d’edera intricata con sassi, mattoni e intonaci di poca resistenza. Nascoste  oppure in mostra stavano le case. Adolfo le conosceva tutte, una per una.  A volte, quasi  sempre, si fermava lungo la strada, appoggiato al parapetto spiava i sentieri fra i capperi, la scalinata in pietra che conduceva a villa ‘Bocca di leone’, la più bella,  sommersa, d’estate, di bocche di leone vermiglie. Il lago in quel punto aveva sassi bianchi e sembrava un torrente.

Adolfo trattava articoli  nautici e tute impermeabili. Doveva arrivare su fino a Riva ma il paesaggio da Gargnano in poi lo annoiava e lui tirava tardi apposta. Si fermava dunque con tutto comodo nella piazzetta di Bogliaco, dopo aver lasciato la macchina davanti ai tennis, per poter fare a piedi quei quattro passi nel sole e poi nell’ombra e poi nell’odore dell’acqua, forte come l’odore di una donna. Entrava nel bar  ‘La trota’ e stava a parlare col barista. “ E’ in vendita la ‘Bocca di leone’” gli disse quello un giorno con aria trionfante mettendogli davanti una tazza di caffè decaffeinato con doppia panna. “ E’ un bel po’ che è in vendita…”aggiunse.  “E come mai nessuno la compra?” chiese Adolfo.

Silenzio. Entrava un fascio di luce come di luglio e Adolfo sentiva il caldo sulla schiena. Il barista sorrideva col sorriso della Gioconda, mani e straccio a lustrare un piattino. “ E’ che ci è morto uno…” spiegò. Poi  di nuovo silenzio. Il bar vuoto. L’uomo si guardò in giro ed abbassò la voce.” Per questo non la vendono. E’ rotolato giù dalla scalinata, dicono, e si è conciato in un modo…Sembrava mangiato dai cani sembrava.”

Zitti tutti e due a meditare e poi il barista quasi si sdraiò sul banco per sibilare all’orecchio di Adolfo, che nessuno li sentisse per carità, per sibilare dunque:” Io li frego tutti!” La violenza gli straripava dai denti come saliva che non riusciva a mandar giù. “ Mi sono sposato da un anno e vivo coi suoceri. La mia sposa ha bisogno di spazio,” e faceva un cenno verso di lei, alla cassa,  ubertosa ed immobile, il gran petto coricato sulle braccia conserte, il viso avido. “Quella casa me la becco io” Aveva il fiato che sapeva d’olio d’oliva. Adolfo non riuscì a sottrarsi all’untuosa consistenza di un contatto e si trovò guancia a guancia col barista che gli propinò il segreto. “Vado dicendo in giro…” E a questo punto le parole erano semplici movimenti delle labbra perché la voce, anche la più sommessa, sarebbe stata un rischio.” Vado dicendo in giro che la casa è stregata: Che ci sono i cani di lago. Escono dall’acqua nelle notti senza luna a sbranare chi ci abita.” Ridacchiava quasi bocca a bocca con l’altro a battezzarlo con la sua saliva di bugiardo. “ Anche mia moglie ci crede a questa storia, ma a te posso dire la verità, tanto non sei di qui, non hai interessi. Dunque io li frego tutti: i signori di Milano, i ricchi di Brescia, i tedeschi che si cuccano le case migliori. Nessuno di loro vorrà più comprare e il prezzo scenderà fino alle mie tasche…” Adolfo fece cenno di sì, certo lui era ben furbo. Bravo, bravo! Un cenno di saluto e via, fuori di lì. La costa era già in ombra. Il grande negozio di Riva stava chiudendo e  Adolfo si convinse che doveva smetterla una buona volta di perder tempo per strada. Così, durante tutto l’inverno e tutta la primavera, perfino d’estate Adolfo tirò dritto senza infilarsi nella deviazione per Bogliaco. Si fermava magari un attimo a guardare giù dalla strada nel punto in cui le bocche di leone  insanguinavano la costa. Solo in autunno decise che era tempo di dare un’occhiata alla piazzetta. Era proprio tempo. Di dare un ‘occhiata alla piazzetta e di entrare nel bar ‘La trota‘.  Ci entrò  a passi da gatto Silvestro. Dietro la cassa fioriva il gran seno della signora padrona. “ Ha saputo,” disse subito. “Ha saputo del mio povero marito…?” Adolfo bevve un sorso del caffe decaffeinato. “ Avevamo appena traslocato nella casa nuova, la ‘Bocca di leone’… io non voleva andarci in quella casa ma lui.. ma lui ha così insistito…” La donna ebbe un dignitoso singhiozzo e si mise le mani sulla faccia.” L’ho trovato io stessa, una mattina…morto, morto tragicamente…”  Morto!? Ma cosa mi dice …Morto come?” chiese Adolfo ad alta voce. Nel bar c'era  gente  e tutti ad ascoltare.

“Sbranato dai cani,” rispose lei piangendo a dirotto. “Glielo aveva detto di non comprarla quella casa maledetta. Ora non riuscirò a venderla nemmeno per quattro soldi..”

“Per quattro soldi, forse, qualcuno la comprerà,” disse Adolfo battendole una mano sulla spalla, poi aggiunse che gli dispiaceva, un così brav’uomo, oh come gli dispiaceva. Uscì dal bar. Il vento lo spinse su per la lieve salita,  fino alla macchina, davanti ai tennis. Era davvero un ottobre terribile. Adelmo avrebbe voluto trovarsi davanti ad un camino acceso, nella casa che aveva sempre sognato. Ormai era soltanto questione di un po’ di pazienza. Si stropicciò le mani soddisfatto, mise in moto il motore e, prima di partire,si girò verso il sedile posteriore. “ Avete fatto un bel lavoro amici!” I due doberman con gli occhi rossi, suoi inseparabili compagni, ringhiarono schiumando saliva.

lunedì 25 novembre 2013

MIU'

Pompeo, a cinquant’anni suonati, passava le sue giornate alla finestra. Il grande giardino era smangiato dai bachi, incipriato dal mal bianco ma a lui interessavano i gatti. I gatti arrivavano sul filo del muro, profili neri e grigi ritagliati in carta lucida, gatti nella notte, gatti che salutavano il sole con tesi miagolii di cristallo. Pompeo dunque li guardava. Non faceva altro dalla mattina alla sera, ma siccome non si ubriacava, non andava a donne, non alzava la voce, sua madre lasciava correre e aveva da un bel pezzo smesso di esortarlo a cercarsi un lavoro, tanto la sua pensione bastava per due.

Pompeo guardava i gatti e li attirava. Quelli volgevano occhi d’ambra, sorrisi felini e feroci, balzavano col corpo di metallo cupo pronto per le carezze. Lui grattava le orecchie piene di pulci, disponeva su davanzale a piano terra pezzetti di carne cruda poi si faceva leccare dalle lingue di carta vetrata. Gli piaceva quella riconoscenza, gli era dovuta e guai, guai se uno di loro, di carattere scontroso, soffiava inarcando il dorso o fuggiva via infastidito.

“Dov’è finito quel sorianotto con le testa grossa?” chiedeva sua madre. “ E la micina macchiata? E il gatto tutto bianco?...” “ Se ne sono andati ,” rispondeva Pompeo distratto da un nuovo amore rosso di pelo con la coda mozza.

Zaira guardava perplessa i mucchietti di terra fresca nel verde del trifoglio, la vanga appoggiata al muro del capanno e poi la distesa di margherite fino alla casetta di legno dipinto, due stanze in tutto, che avrebbe potuto diventare il nido d’amore di Pompeo qualora si fosse sposato. Ma di donne neanche l’ombra e c’erano i gatti.

“Che fine ha fatto il rosso senza coda? Come mai è sparito?” chiedeva Zaira per l’ennesima volta e Pompeo aveva una luce di temporale negli occhi, lui così mansueto. Quegli occhi seguivano la sagoma di un micio giallo in cima a un muro e non dicevano niente di buono.

“ Forse ha un brutto carattere,” pensava sua madre. Intanto era arrivata l’estate, una delle tante, ma questa volta Pompeo partì per una vacanza al mare. Zaira restò a preparare marmellate e conserve finchè un  mezzogiorno di fuoco il figlio entrò in casa abbronzato, quasi bello. “ Ti devo dire una cosa,” ansimò. “ Stamattina prima di arrivare qui mi sono sposato.”

Zaira provò un gran sollievo.  “Lei sta scaricando i bagagli,” aggiunse Pompeo emozionato. “Lei ora arriva!”

Infatti nel viale  avanzava lentamente , i fianchi e le spalle in perfetta asincronia, di lucido crine nero, la sposa. Giunse fin sulla porta di casa senza affrettarsi,  finchè il visetto triangolare fu in piena luce. Gli occhi erano gialli e le pupille strette per il riverbero. Nero kajal dentro l’angolo di lacrimazione.

A Zaira si accapponò la pelle quando la ragazza mostrando i dentini aguzzi in un sorriso di circostanza tese la piccola mano morbida tra le sue e disse:” Piacere. Mi chiamo Miù.”

Pompeo prese a solleticarla sul collo, a grattare le piccole orecchie mentre lei con voce lamentosa raccontava del loro incontro, di come si erano subiti sentiti attratti l’uno con l’altro. E giù grattatine e giù sbuffi, gli artiglietti della donna non erano retrattili , stavano lucidi e rossi a giocherellare e  ad aggredire maliziosamente il povero Pompeo stralunato d’amore.

Zaira  con gran sollievo li lasciò andare  verso la casa di legno al di là del giardino. Le chiazze di terra smossa facevano da sentiero.

Niente silenzio quella notte, ma voci di civette, tonfi di farfalle nere. Il canto del gallo all’alba suonò come un grido. La povera Zaira era a pezzi, con un pensiero fisso in testa. Al diavolo l’intimità degli sposi! Lei doveva andare a vedere. E vide la vanga appoggiata a un albero, sporca di fresco, allora spiò dalla finestra.

La sposa, meno male, stava lì, viva e vegeta, davanti ad un piattino. Lo annusava. Poi la lingua fu un lampo rosso a lucidare i resti della colazione.

“Pompeo?” balbettò Zaira. “Pompeo dov’è?”

“Pompeo ha un brutto carattere e abbiamo fatto baruffa stanotte“ disse la ragazza con malizia. “ E lui, povero amore, Ha avuto la peggio!”

domenica 24 novembre 2013

FELICITA' SPECIALE

Sebastiano si era cucito addosso la sua vecchiaia con una specie di amorevole puntiglio, come se nell’intrico di esperienze, pensieri e vita vissuta vi fossero dei privilegi più che i segni inequivocabili della decadenza. Sua moglie era morta di parto ancora bambina, lei, che aveva avuto sempre una gran voglia di ridere e la figlia era invece cresciuta cupa, scontrosa, con notevole rigore morale. Insomma una donna triste, che aveva sposato uno con la testa a posto almeno quanto lei e per i primi anni erano erano rimasti tutti e tre ad abitare nel cuore della vecchia Brescia dove era finalmente nato un bambino. Sebastiano allora aveva cercato di occuparsi di lui con una tenerezza che gli riusciva male. Era un bambino lagnoso che soffriva di mal d’orecchi. Passavano ore alla finestra a contare le macchine sulla strada. Una noia infinita.  Poi figlia genero e nipote erano andati ad abitare a Salò e Sebastiano, cautamente, aveva cominciato a guardarsi attorno per cercare un po’ di allegria. La trovava per strada d’estate, quando le ragazze hanno le maniche corte e ci si può sedere ai tavoli dei bar nel calore del sole. Un calice di vino e chiacchiere. Su, in casa, le finestre tutte spalancate e lui tra terribili correnti che avrebbero fatto inorridire la figlia di buon senso. Erano vènti di montagna che portavano un’aria di cristallo. Intanto gli venivano le guance rosse perché non si negava niente, nemmeno i bignè con lo zabaione o la fetta d’anguria la sera tardi.  Poi  c’era quella speciale felicità, il martedì e il venerdì nel tardo pomeriggio e della quale, qualche volta, si vergognava.
“Ti stai facendo bello”, diceva sua figlia nelle sue visite settimanali e lo guardava con sospetto quell’ uomo alto, dritto, con una luce negli occhi che non gli aveva mai visto. E siccome Sebastiano oltre che bello diventava anche allegro, la figlia lo tormentava di domande. “Cosa fai tutto il giorno? Chi incontri? Mi sembri così strano…Nascondi un segreto?”
“Un segreto, sì”
E lei presa dall’angoscia pensava già allo scandalo. “ Mi dicono…mi dicono che due volte alla settimana, tu vai da una certa signora.”
“La felicità è un diritto”, diceva dolcemente Sebastiano e teneva la figlia tra le braccia perché anche lei capisse e si prendesse la sua fettina  prima che fosse troppo tardi. “Devi smetterla,” disse lei . “Smettere cosa?” “ La cosa che sai. Il tuo segreto. E’ una vergogna..alla tua età!” Lui rise  e sembrò giovane giovane. “Questo segreto è la mia vita, cara figliola.” “Ma non ti ricordi della mamma? Ne parlavi sempre. Dicevi che lei rideva, dicevi.” “E’ proprio perché me la ricordo che ricerco quella speciale felicità!”
La figlia  scappava giù dalla scale piangendo per la vergogna e Sebastiano sceglieva la camicia pulita, bagnava i capelli per farli stare incollati alla testa, profumo di lavanda e poi fuori. Nel cielo c’erano il giorno e la notte e tutte le sfumature dell’azzurro, brandelli di nuvole e voli. La strada si animava dopo la calda quiete del pomeriggio. Non doveva camminare molto e le scale erano buie, odorose di gatto. Sebastiano arrivava al terzo piano con le palpitazioni. Sempre così, due volte alla settimana. E lei era là. Vecchissima e tremante, con tutte le sue collane e le sue spille  ma le dita libere dagli anelli. Il pianoforte era lucido e il mazzo di fiori perdeva i primi petali.
“Mio caro amico, ha fatto gli esercizi?”
“Li ho fatti, signora.”
Sebastiano metteva le mani aperte sui tasti e il suono che ne usciva, il miracolo di quella melodia semplice lo faceva rabbrividire. “Non sono troppo vecchio per cominciare, vero?” La signora sorrideva e diceva di no, allora lui suonava, impacciato ma diligente, suonava e ricordava  la moglie bambina, le sere d’estate, la fontanina di ferro, le parole dette e ascoltate, le strette d’amore, il dolore, la speranza. L’ora da lezione finiva e lui non si sarebbe mai alzato da quello sgabello.