lunedì 25 novembre 2013

MIU'

Pompeo, a cinquant’anni suonati, passava le sue giornate alla finestra. Il grande giardino era smangiato dai bachi, incipriato dal mal bianco ma a lui interessavano i gatti. I gatti arrivavano sul filo del muro, profili neri e grigi ritagliati in carta lucida, gatti nella notte, gatti che salutavano il sole con tesi miagolii di cristallo. Pompeo dunque li guardava. Non faceva altro dalla mattina alla sera, ma siccome non si ubriacava, non andava a donne, non alzava la voce, sua madre lasciava correre e aveva da un bel pezzo smesso di esortarlo a cercarsi un lavoro, tanto la sua pensione bastava per due.

Pompeo guardava i gatti e li attirava. Quelli volgevano occhi d’ambra, sorrisi felini e feroci, balzavano col corpo di metallo cupo pronto per le carezze. Lui grattava le orecchie piene di pulci, disponeva su davanzale a piano terra pezzetti di carne cruda poi si faceva leccare dalle lingue di carta vetrata. Gli piaceva quella riconoscenza, gli era dovuta e guai, guai se uno di loro, di carattere scontroso, soffiava inarcando il dorso o fuggiva via infastidito.

“Dov’è finito quel sorianotto con le testa grossa?” chiedeva sua madre. “ E la micina macchiata? E il gatto tutto bianco?...” “ Se ne sono andati ,” rispondeva Pompeo distratto da un nuovo amore rosso di pelo con la coda mozza.

Zaira guardava perplessa i mucchietti di terra fresca nel verde del trifoglio, la vanga appoggiata al muro del capanno e poi la distesa di margherite fino alla casetta di legno dipinto, due stanze in tutto, che avrebbe potuto diventare il nido d’amore di Pompeo qualora si fosse sposato. Ma di donne neanche l’ombra e c’erano i gatti.

“Che fine ha fatto il rosso senza coda? Come mai è sparito?” chiedeva Zaira per l’ennesima volta e Pompeo aveva una luce di temporale negli occhi, lui così mansueto. Quegli occhi seguivano la sagoma di un micio giallo in cima a un muro e non dicevano niente di buono.

“ Forse ha un brutto carattere,” pensava sua madre. Intanto era arrivata l’estate, una delle tante, ma questa volta Pompeo partì per una vacanza al mare. Zaira restò a preparare marmellate e conserve finchè un  mezzogiorno di fuoco il figlio entrò in casa abbronzato, quasi bello. “ Ti devo dire una cosa,” ansimò. “ Stamattina prima di arrivare qui mi sono sposato.”

Zaira provò un gran sollievo.  “Lei sta scaricando i bagagli,” aggiunse Pompeo emozionato. “Lei ora arriva!”

Infatti nel viale  avanzava lentamente , i fianchi e le spalle in perfetta asincronia, di lucido crine nero, la sposa. Giunse fin sulla porta di casa senza affrettarsi,  finchè il visetto triangolare fu in piena luce. Gli occhi erano gialli e le pupille strette per il riverbero. Nero kajal dentro l’angolo di lacrimazione.

A Zaira si accapponò la pelle quando la ragazza mostrando i dentini aguzzi in un sorriso di circostanza tese la piccola mano morbida tra le sue e disse:” Piacere. Mi chiamo Miù.”

Pompeo prese a solleticarla sul collo, a grattare le piccole orecchie mentre lei con voce lamentosa raccontava del loro incontro, di come si erano subiti sentiti attratti l’uno con l’altro. E giù grattatine e giù sbuffi, gli artiglietti della donna non erano retrattili , stavano lucidi e rossi a giocherellare e  ad aggredire maliziosamente il povero Pompeo stralunato d’amore.

Zaira  con gran sollievo li lasciò andare  verso la casa di legno al di là del giardino. Le chiazze di terra smossa facevano da sentiero.

Niente silenzio quella notte, ma voci di civette, tonfi di farfalle nere. Il canto del gallo all’alba suonò come un grido. La povera Zaira era a pezzi, con un pensiero fisso in testa. Al diavolo l’intimità degli sposi! Lei doveva andare a vedere. E vide la vanga appoggiata a un albero, sporca di fresco, allora spiò dalla finestra.

La sposa, meno male, stava lì, viva e vegeta, davanti ad un piattino. Lo annusava. Poi la lingua fu un lampo rosso a lucidare i resti della colazione.

“Pompeo?” balbettò Zaira. “Pompeo dov’è?”

“Pompeo ha un brutto carattere e abbiamo fatto baruffa stanotte“ disse la ragazza con malizia. “ E lui, povero amore, Ha avuto la peggio!”

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