mercoledì 13 novembre 2013

La condanna

Cavolo, non ci vedeva niente bene. Provò a strizzare gli occhi ma le ombre bianche rimasero intorno agli oggetti , nessuna messa a fuoco era possibile. Comunque era ancora vivo. Accidenti a me, pensò, che scorza dura. Aveva proprio creduto di morire poco prima, in ospedale. Ricordava bene le pareti bianche, i tubi d’acciaio della terribile macchina che doveva tenere in vita il suo cuore malandato, moglie e figlia con la faccia da luna piena lì a guardarlo. “Stavolta non ci riuscirete,” aveva borbottato,” non ci riuscirete a farmi sopravvivere. Sono marcio, finito, stanco..” E quelle subito.” Ha parlato , ha parlato, si sta riprendendo!”
Lui era scivolato in una beatitudine obliqua, era stato come lasciarsi andare su un asse inclinata verso un lago fresco, ma il lago era sempre lontano e il lieve senso di vertigine della caduta era di una dolcezza terrificante. “Sto morendo, infine ce l’ho fatta,” aveva pensato. Invece no.
Provò a girare la testa ed ebbe grande difficoltà a coordinare i movimenti. Si ritrovò con i pugni stretti contro la bocca piena di saliva. Non si trovava più nella stanza bianca, niente più tubi infernali, segno che aveva superato la crisi. Da un momento all’altro sarebbero apparse le sue donne, ripugnanti nella loro ossequiosa premura. La malattia lo aveva costretto a contatti odiosi. Ah, le loro mani sotto le sue ascelle per sollevarlo, ah le lingue bianche e veloci che assaggiavano una punta di minestra per lui e fiati di asino e di bue a riscaldarlo e a consolarlo di tanta sofferenza. Sarebbero apparse coi sorrisi bucati, bocche spalmate di rossetto sbavato e via con le carezze, caro di qui, caro di là, forse qualche bacio, ahimè.
Adelmo sospirò e distolse a fatica i pugni dalla faccia. Sentiva un calore sospetto tra le gambe, appiccicoso e beato. Capì, con costernazione, che se la stava facendo addosso.
Bell’affare tenere in vita uno sgangherato come lui. Adesso era anche incontinente e le due care donne lo avrebbero tenuto pulito frugandolo dove lui non voleva.
“ Forse sono paralizzato,” pensò. Provò a muovere le gambe e sentì invece un’insolita vivacità nell’articolazione del ginocchio, una specie di frenesia. Continuò a scalciare perché non ne poteva fare a meno. Non sopportava assolutamente l’idea di essere ancora vivo e questa volta doveva fare le cose per bene, forzare la mano al destino, visto che questo era pigro e giocherellone. La finestra era là. Lui non distingueva i particolari ma era probabilmente aperta. Bastava alzarsi dal letto e splasc. Dioloperdonasse ma era proprio costretto. Non si può illudere un uomo della morte e poi niente, ci siamo sbagliati, tante scuse! La finestra era là, ma lui, invece di alzarsi e muovere quei pochi passi, continuava a scalciare come un tarantolato. Sentì per la seconda volta una soave liberazione tra le gambe, proprio mentre, ne era sicuro, entravano moglie e figlia. Ebbene, l’avrebbero trovato sporco, bagnato, sempre più misero. Vide a malapena le loro facce, chine su di lui, di una grandezza impressionante.

“Il mio piccolo,” mormorò la figlia. Adelmo pensò che doveva aver partorito, non era più grossa come la ricordava. Forse aveva portato il neonato con se per farglielo vedere. Cercò di parlare, aveva caldo aveva sete. “ Il mio piccolo,” disse ancora la figlia. “ Sei proprio cicciotto,” disse la moglie con una tenerezza oscena, e cominciarono a scoprirlo, a dare aria al corpo nudo, a pulirlo. Che vergogna, che vergogna. Poi la figlia disse:” Amore di mamma!” e Adelmo si sentì sollevato, premuto, allora volle gridare e gli uscì un pianto sgraziato di disperazione. Fregato! Era stato fregato. La morte è solo un piacere fuggevole e tutti coloro che si fanno illusioni sappiano che la vita, e poi ancora la vita, e poi ancora la vita è la condanna degli uomini. “Questo bambino ha fame” disse la donna e allora Adelmo sentì in bocca la disgustosa consistenza della carne umana e un saporaccio di latte denso gli annacquò le lacrime.

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