mercoledì 11 dicembre 2013

L'ANELLO DI TOPAZIO


                        L’ANELLO DI TOPAZIO

 

 

Era  la mia compagna di banco, quarant’anni fa. Ora me la ritrovo lungo le scale del condominio dove da poco ho preso in affitto una piccola mansarda. Ha messo imbottiture dappertutto, solo il collo le è rimasto sottile e il  cranio piccolo, coi capelli tirati, le da un’aria da dinosauro.
“Vieni,” mi dice, “entra. Ti faccio un caffè.” Non molla la mia mano e mi trascina in un salotto senza microbi. Contro le pareti stanno come i ritratti degli antenati due vecchie color seppia.
“Sono le zie di mio marito.” Le due vecchie cambiano posizione dunque sono vive. Vive e cattive. Lo capisco subito. Niente arrendevolezza, niente di quella sapiente dolcezza senile di cui si dice in giro. Queste qui sono rospi. Tono aspri di voce: fa’ questo fa’ quello, sbrigati lumaca!
“Il mio tè,” strepita una. L’altra borbotta di un certo vino  che le deve essere servito in un bicchiere a calice allungato.”
“ Sono piene di esigenze,”  mormora Eleonora, la mia compagna di banco.” Non mi chiamano mai per nome, mi dicono ehi tu, non mi lasciano un attimo di respiro, mangiano e bevono a tutte le ore…”
“ Il letto stanotte aveva le grinze,” dice la più pallida.” Ho le piaghe sulle reni …” e ciabatta  con le mani dietro a sostenersi le ossa. “Vedi di tirarle meglio le lenzuola, o ti fa male la gobba?”
La voce è astiosa carica di disprezzo. La vecchia  colorita, quella per intenderci che gradisce i passiti, comincia ad aprire e chiudere le ante della cucina e a fare un gran baccano. Lei, l’Eleonora, si barcamena tra fornello e lavandino, prepara tazze, piattini, il bicchiere a calice lungo e subito la vecchia colorita ci infila il naso e dice che puzza di freschino. Eleonora cambia bicchiere, asciuga una gocciolina d’acqua sul granito del tavolo, cerca di  aiutare le vecchia col mal di reni che vuole andare a sdraiarsi e quella, col bastone, la colpisce sui polpacci: “ Ehi tu, sta’ attenta, mi fai male, non hai garbo, sei  proprio una contadina…”
“Contesse si nasce..” sentenzia la pallida. Ha uno stemma nobiliare ricamato sul taschino e digerisce il vinsanto con  un rutto poco rispettoso.
“ Sai,” la scusa Eleonora, “ le basta un goccio per andare su di giri,” e passa rapidamente il gomito sull’angolo del tavolo di granito per cancellare impronte. Che sia  un’assassina?
“Ehi tu…ma ci senti?....”
“ Non c’è mai pace,” dice tra i denti la mia compagna di banco.” Vogliono sempre qualcosa. Mi chiamano in continuazione.”
In quel momento entra il marito dell’Eleonora, dentiera candida e sguardo da sporcaccione. Mi sorride. All’Eleonora neanche bah. “ Un caffè,” ordina senza guardarla. “chiudi quella finestra…Ehi, dico a te. Sei sorda?” Aggiunge, senza nemmeno muovere la testa che ha bisogno della camicia color pesca, subito. E’ stata almeno lavata e stirata?  Risucchia il caffè, sparisce in camera, riappare in un odoraccio di deodorante su sudore non lavato. “ Bene,” dice guardando me.” Purtroppo devo andare…”
Lei striscia sulle sue orme con pattine calzate come ciabatte  e la cera brilla di nuovo.
“Ora di sera sono stanca morta,” sospira sedendosi , finalmente. Ma lo dice con un sospiro che sa quasi di compiacimento. Ho visto una gioia remota rivoltarsi nel fango dei suoi occhi.
Come fai a resistere?”
“Ma io sono felice,” dice scandendo le sillabe: fe-li-ce.
“Felice?!”
Sono padrona delle loro vite,” sibila con sottile livore e allora appare perfino sinistra, così grossa a testa piccola. “Io li ho in pugno,” aggiunge avvicinandosi con alito da drago. “Guarda!”
La sua è una mano mal curata con anello da vescovo. Un  topazio opaco nascondo il piccolo incavo pieno di polvere che pare pepe. “Veleno mortale,” aggiunge. “Schiaccio qui di lato, vedi? Veleno. Ne basta un granello nelle loro pappe maledette e alè…li mando tutti al diavolo.” Ha gli occhi lucidi di potere, può sopportare tutto  dai piccoli topi dispettosi, lei, il dinosauro. “ Basta che uno di loro…superi il segno… e  li faccio fuori.”
“Ma il segno,” dico, “ il segno qual è?”
Si stringe nelle spalle. “ Non lo so nemmeno io. Può essere un piccolo sgarbo, un grosso sgarbo..dipende. Dipende del momento, dal giorno, dal mio umore. Magari mai. Oppure ora, subito, adesso…” Mi guarda tranquilla. Una  delle vecchie zie lancia un grido da tacchino:” Ehi tu,  mi senti?”
Eccome la sente! Sorride l’Eleonora custode del grande segreto. Al fuoco bolle la minestra per la sera e lei rigira l’anello intorno a quel dito ormai consumato.
Un  giorno o l’altro….

martedì 10 dicembre 2013

LUNA PIENA


                           

 

Una fila di cipressi incatenava la casa all’acqua . Il giardino era solcato in tutta la sua lunghezza dall’ombra densa  di questi alberi cigolanti e pieni di nidi.
Eliseo viveva solo, godendosi i tempi lunghi del lago, segnati dalle diverse increspature dei venti, in un ozio contemplativo che prodigava a piene mani una specie di inquietante felicità. Quando sua moglie Melissa, separata da anni, gli comunicò che avrebbe passato alcuni giorni da lui con la figlioletta Serena, Eliseo tentò deboli rifiuti. “Ma come,” gridava la donna dall’altro capo del telefono, “tua figlia quasi non la conosci! Non senti nessuna tenerezza di padre?” Eliseo non sentiva nessuna tenerezza di padre e tirò fuori la scusa della domestica in ferie. “ Mi porto la Cleofe,” disse la moglie. “Fa tutto lei, non c’è problema!”
Così Eliseo si vide arrivare le tre donne su una Citroen carica di valigie. Sua moglie Melissa era più bella di dieci anni prima: imbastita cucita stirata ricamata, non faceva una grinza. La bimba, figlia sua, sangue del suo sangue, era più brutta di come lui la ricordava e stava diritta in piedi, senza nessuna grazia, ad aspettare un segno d’amore e allora lui le disse: “Ehilà, vuoi fare il bagno nel lago?” e quella si mise a saltellare di gioia. La serva Cleofe, Eliseo se ne era accorto, non gli staccava gli occhi di dosso. Lo soppesava, lo misurava, osservava le ombre scure sotto i suoi occhi di uomo solitario, gli guardava i denti quando lui rideva. “C’è qualcosa che non va?” chiese cortesemente da bravo padrone di casa. Lei si strinse villanamente nelle spalle e non rispose.
La sera stessa c’era la luna piena. Il giardino bianco e nero tremava di una bellezza maligna. Serena voleva scendere a fare un altro bagno. “Ma no,” disse la serva Cleofe,” ma no che c’è la luna piena.” “E allora?” chiesero in coro Eliseo e Melissa. “E’ notte di vampiri e la bambina è meglio che vada a letto.” “Storie! La bambina resta con noi,” disse secca Melissa.  Cleofe getto un’occhiata di fuoco ad Eliseo e se ne andò sbattendo le porte una dietro l’altra fino a quella di camera sua .
E’ una donna strana,” disse lui alla moglie. “ Di solito è normale, allegra, simpatica. Non so cosa  le è preso..” mormorò lei pensierosa. “Forse non le piace il posto,” azzardò Eliseo. “Non le piaci tu,” disse sempre più pensierosa Melissa. “Non so perché ma non le piaci proprio.”
Eliseo fu preso da un’angoscia polverosa, antica, conosciuta e sconosciuta al tempo stesso. Prima di andare a dormire passò davanti alla camera di Cleofe e quando sentì l’angoscia diventare paura, non ebbe più dubbi e chiuse la porta della donna a chiave. Non si fidava.  E la luna era piena. Splendeva rotonda, senza sbavature. Si potevano sentire i pianti dei lupi sulle montagne al di là del lago.
Eliseo credeva che non si sarebbe addormentato mai ma poi dormì. Un sonno pieno di incubi, e l’alba fu livida, straziata da nuvole filacciose e  il giorno, miracolosamente,  si aprì su cristallini strappi di azzurro mentre il  lago mormorava come un prete in confessionale.
“Ho dormito male stanotte,” disse Melissa spiegazzata come un cuscino di lino.
“Anch’io,” disse Eliseo. “Non si è ancora svegliata Serena?”
“Nemmeno Cleofe si è svegliata.”
Allora lui si ricordò di averla chiusa a chiave. Attraversò il portico di corsa ed entrò in casa. Si udivano gli urli della serva che batteva i pugni sulla porta. “La bambina, dov’è la bambina, dov’è la bambinaaa”. Era come un’ossessa, diede una spinta ad Eliseo e corse verso la camera di Serena. Si fermò un attimo. Cantavano gli uccellini in pieno sole, gridarono le cicale più forte e ancora più alto fu il suo grido, e poi il grido di Melissa che era sopraggiunta e altre grida e tutto, tutto gridava.
La bambina giaceva azzannata alla gola. Due buchi sul collo insanguinato e lei bianca più bianca della camicina di sangallo.”
“Lo sapevo,” mormorò  la Cleofe. “Io lo sentivo che sarebbe finita così.” Non gridava più nessuno.
Eliseo si sentì carico di orrore e di stanchezza infinita. Fece pochi passi ed entrò in bagno. Lo specchio gli rimandò la faccia color pietra, una lieve traccia rossa sui canini da lupo mannaro. Ma da tempo ormai aveva cantato il primo gallo e lui , come sempre, aveva perso ogni memoria della notte.

 

 

 

L'UOMO NERO

          
 
Il temporale si era aggirato tutto il pomeriggio sfilacciandosi in nuvole livide sull’orlo delle colline. La sera era stata buia come la notte e la notte, a mezzanotte, il cielo si era acceso di lampi e poi di fulmini. I vetri di tutta la casa tremavano in binari di stucco secco, l’ondolux che copriva il tetto rombava pieno di vento e i  tuoni erano sempre più vicini. In tutto quel frastuono di schianti e di vibrazioni la voce di Ettorino si levò con una chiarezza impressionante: un urlo ben distinto, una paura decisa a manifestarsi. “ L’uomo nero!!” E siccome i tuoni non avevano requie Ettorino strillò ancora: “L’uomo nero l’uomo nero l’uomo nero!”
Sua madre corse verso di lui che stava in pigiama e a piedi nudi proprio davanti alla porta della camera. In una gran confusione di capelli sciolti di braccia e di nastri di seta, l’alito caldo di lei era  dia qualche conforto e i suoi baci.
“L’uomo nero.”
“Dove?”
“L’ho visto.”
“E’ il temporale. Hai avuto paura.”
“ Non è il temporale.Il temporale è il temporale. Io ho visto l’uomo nero.”
Lei aveva acceso la luce dell’ingresso e poi quella della cucina. “Ti scaldo il latte?”
“No.” Ettorino si guardava in giro. Al di là dei vetri la pioggia strapazzava i pini del giardino con un rimasuglio di rissosità.
“Senti? Il temporale si sta calmando. Ora torni a dormire.”
“No,” disse il bambino. C’è l’uomo nero. Sta diritto in piedi dentro camera tua. Io l’ho visto. Mi ero alzato perché avevo sentito il temporale e lui stava là.”
Sua madre sospirò. Era fredda gelata. Si prese Ettorino in braccio e gli mormorò:” Hai visto un’ombra e hai avuto paura…” Lui  non si lasciava convincere. “Dormi con me nel mio letto, “supplicò. E non si lasciò convincere nemmeno da suo padre, il mattino , alla fine del turno di notte. “Tu sei un ometto, tu qui, tu là,” macchè, la sera dopo nonostante tutto fosse chiaro e rassicurante, perfino uno straccio di luna a mettere allegria , Ettorino non ne volle sapere di dormire da solo. Furono urli e strepiti, volarono sberle e poi subito baci  e l’accondiscendenza della madre sempre più pallida.
Il padre chiese addirittura di non fare i turni di notte per un po’. Lo sostituì un tale Crescenzi, suo collega che non aveva famiglia, così poteva dormire nel letto a castello  in camera del figlio, una volta lui, una volta sua moglie, altrimenti erano tragedie. “ La colpa è tua!” si rinfacciavano i due. “E’ un capriccio bello e buono!” Ma il bambino,  che di giorno era vispo,   quando la sera sommergeva con l’alta marea dell’oscurità la vecchia casa e le stelle scivolavano fuori dai monti , se ne stava sbertucciato dalla paura con la bocca senza saliva.
“Così non si può andare avanti” disse suo padre. “Chiamiamo il medico.” Il medico disse e non disse, farfugliò di camomille, mancanza d’affetto, complessi edipici e suggerì un  purgante. Ettorino bevve la camomilla, prese l’olio di ricino ed ebbe sonni ancora più inquieti in braccio a mamma o a papà che continuava a farsi sostituire dal Crescenzi nei turni di notte.
“E’ un gran brav’uomo il Crescenzi, un vero amico. Bisognerà invitarlo domenica a pranzo.” La moglie abbassò gli occhi e non disse niente ma la domenica la casa profumava di rosmarino e arrosto lardellato. Tovaglia ricamata e piatti della festa. Il Crescenzi entrò ridendo coi bei denti bianchi, grande e grosso vestito di blu. Appoggiò le paste sul tavolo e fece un inchino da buffone.
“E’ l’uomo nero!” disse Ettorino  puntando il braccio la mano il dito contro di lui. “Lui è l’uomo nero!”
La mamma  si rammollì su una sedia e la testa si piegò all’indietro senza che lei la risollevasse.
“Lui è l’uomo nero.”
“Che sciocchezze,” disse suo padre e non riusciva a capire perchè la moglie fosse così stranita da sembrare svenuta e il Crescenzi fosse così livido, con le mani strette sul vassoio delle paste a rischio di schiacciare i bignè.

domenica 8 dicembre 2013

IL LUPO RIDE


 La decappottabile blu elettrico fa fischiare le gomme in curva poi riprende un’andatura normale. A destra e a sinistra interminabili pioppeti con scriminature perfette danno una precisa sensazione di ordine naturale piuttosto che di armonia. Per Apollonio l’armonia consiste soprattutto nel caso, caso che fa di un allegro guazzabuglio il puzzle perfetto, per cui ogni filo d’erba ogni albero ogni sfumatura ogni forma ed ogni linea diventano elementi insostituibili di un insieme unico ed irripetibile.
Quando la ragazza sventola il foulard ai margini della strada e Apollonio ferma la macchina ecco appunto il caso metterci lo zampino con un particolare effetto di luce e gli occhi di lei che implora un passaggio sfavillano come stelle. Apollonio apre la portiera e la ragazza, sistemandosi sul sedile, è inesorabilmente fuori dall’incantesimo. Ha occhi di un comune color nocciola e un naso lunghetto. Porta un mantellino rosso sulla veste a quadretti e tiene un cestino in mano.
“Chi sei?” chiede Apollonio.
“Non lo vedi?” dice la ragazza voltandosi verso di lui. “ Sono Cappuccetto Rosso.”
I pioppeti nel frattempo sono spariti, la strada ora corre premuta ai margini di una boscaglia fitta e bassa, Un cielo di nessuno, senza nuvole e senza sole, sta impolverato di vapori a far ragnatele. E’ la prima volta che Apollonio rischia la strada normale, di solito fa pazientemente la fila davanti al casello dell’autostrada e poi si insonnolisce nella noia del rettilineo infinito. La strada normale è invece piena di curve e si ficca dentro il bosco senza preavviso.
“ E tu,” chiede la ragazza, “ e tu chi sei?”
Apollonio vorrebbe rispondere:” Sono la nonna di cappuccetto.” Davvero, ne ha una gran voglia. Un po’ per fare lo spiritoso e un po’ perché le parole quasi sono più forti della sua volontà e gli stanno uscendo di bocca. Ma si trattiene, si corregge a fatica e “Sono il bravo cacciatore,” dice.
Intorno oramai ci sono alberi vecchi di secoli, fronde buie, erbe misteriose cariche di veleni: cacciadiavoli ed ellebori neri, pulsatille e silvie stellate, mezzerei ed aquilegie color sangue.
“ Che buio!” dice Apollonio.
“ Per forza, siamo nel bosco!” esclama Cappuccetto Rosso con un sorrisino strano, il collo teso in avanti, il naso puntato come se si aspettasse qualcosa da un momento all’altro. Infatti è lei la prima a vedere l’ingombro e ad indicarlo col dito. “Attento, ferma la macchina!”
E’ calma e soave, compunta in una posizione di grande armonia, ecco, questione di luce o di poca luce, lei, con quel dito teso , il rilievo del naso, l’ondulante linea dei capelli splende perfetta in una perfetta cornice di erbe viperine e dulcamare. Gli ellebori neri, le silvie e le aquilegie sono ora squisitamente spartiti in aiuole dai colori armoniosi e la creatura che oscura la strada è di orribile bellezza.
“ Dio mio cos’è” chiede Apollonio con un filo di voce.
“E’ il lupo,” risponde Cappuccetto Rosso.
Ma non è certo il lupacchio mezzo cane snello agile con zampe sottili e orecchie diritte che si aggira per le montagne di tutta Europa, questo è il lupo mannaro, il licantropo della luna, il mostro, il lupo dei lupi. E ride. Il lupo ride. Sguaiato come può essere un lupo che ride.
“Dio mio,” ripete Apollonio, “che occhi grandi, che bocca grande.”
“ E’ il lupo no?” cinguetta la ragazzina perfettamente a suo agio.
La bestiaccia viene verso di loro sbrodolando saliva, passo dopo passo calpesta il folto dell’erba che ha invaso la strada, ma che dico strada, viottolo, sentiero di bosco tutto sassi e mirtilli. Con una zampata potrebbe fare una strage.
“Che facciamo che facciamo,” grida Apollonio.”
“Sei il bravo cacciatore no? Avrai un’arma con te, un fucile, qualcosa…”
“Macchè arma, macchè fucile,” biascica il disgraziato proprio mentre il lupo scardina una portiera.
“ Il bravo cacciatore,” dice Cappuccetto Rosso,” il bravo cacciatore ha sempre la meglio sul lupo cattivo.” Se ne sta, lei, tutta tranquilla e la bestia artiglia Apollonio con un lento movimento da ballerino russo e, senza fretta, ne fa scempio.
“ Bugiardo,” si mette a gridare Cappuccetto Rosso, “ tu non sei il bravo cacciatore…” Ha cominciato a correre nel bosco, inciampa, salta e ancora grida:” Tu non sei il bravo cacciatore…Tu sei la nonna, sei la nonna di Cappuccetto…”
Il bosco è sempre più nero. Cappuccetto Rosso rallenta, si ferma , tanto, in un modo o nell’altro il lupo la raggiungerà, la mangerà, poi arriverà il bravo cacciatore, quello vero, a salvarla.
Insomma non c’è più gusto. E’ sempre la stessa storia!

 

VILLA A LAGO

Adolfo amava soprattutto il tratto di lago tra Maderno e Bogliaco. Nelle giornate d’autunno l’acqua aveva un colore che non si poteva raccontare e tutto il resto era di un verde immortale e splendente. Gli inalterabili olivi, le agavi a braccia aperte e vaste muraglie d’edera intricata con sassi, mattoni e intonaci di poca resistenza. Nascoste  oppure in mostra stavano le case. Adolfo le conosceva tutte, una per una.  A volte, quasi  sempre, si fermava lungo la strada, appoggiato al parapetto spiava i sentieri fra i capperi, la scalinata in pietra che conduceva a villa ‘Bocca di leone’, la più bella,  sommersa, d’estate, di bocche di leone vermiglie. Il lago in quel punto aveva sassi bianchi e sembrava un torrente.

Adolfo trattava articoli  nautici e tute impermeabili. Doveva arrivare su fino a Riva ma il paesaggio da Gargnano in poi lo annoiava e lui tirava tardi apposta. Si fermava dunque con tutto comodo nella piazzetta di Bogliaco, dopo aver lasciato la macchina davanti ai tennis, per poter fare a piedi quei quattro passi nel sole e poi nell’ombra e poi nell’odore dell’acqua, forte come l’odore di una donna. Entrava nel bar  ‘La trota’ e stava a parlare col barista. “ E’ in vendita la ‘Bocca di leone’” gli disse quello un giorno con aria trionfante mettendogli davanti una tazza di caffè decaffeinato con doppia panna. “ E’ un bel po’ che è in vendita…”aggiunse.  “E come mai nessuno la compra?” chiese Adolfo.

Silenzio. Entrava un fascio di luce come di luglio e Adolfo sentiva il caldo sulla schiena. Il barista sorrideva col sorriso della Gioconda, mani e straccio a lustrare un piattino. “ E’ che ci è morto uno…” spiegò. Poi  di nuovo silenzio. Il bar vuoto. L’uomo si guardò in giro ed abbassò la voce.” Per questo non la vendono. E’ rotolato giù dalla scalinata, dicono, e si è conciato in un modo…Sembrava mangiato dai cani sembrava.”

Zitti tutti e due a meditare e poi il barista quasi si sdraiò sul banco per sibilare all’orecchio di Adolfo, che nessuno li sentisse per carità, per sibilare dunque:” Io li frego tutti!” La violenza gli straripava dai denti come saliva che non riusciva a mandar giù. “ Mi sono sposato da un anno e vivo coi suoceri. La mia sposa ha bisogno di spazio,” e faceva un cenno verso di lei, alla cassa,  ubertosa ed immobile, il gran petto coricato sulle braccia conserte, il viso avido. “Quella casa me la becco io” Aveva il fiato che sapeva d’olio d’oliva. Adolfo non riuscì a sottrarsi all’untuosa consistenza di un contatto e si trovò guancia a guancia col barista che gli propinò il segreto. “Vado dicendo in giro…” E a questo punto le parole erano semplici movimenti delle labbra perché la voce, anche la più sommessa, sarebbe stata un rischio.” Vado dicendo in giro che la casa è stregata: Che ci sono i cani di lago. Escono dall’acqua nelle notti senza luna a sbranare chi ci abita.” Ridacchiava quasi bocca a bocca con l’altro a battezzarlo con la sua saliva di bugiardo. “ Anche mia moglie ci crede a questa storia, ma a te posso dire la verità, tanto non sei di qui, non hai interessi. Dunque io li frego tutti: i signori di Milano, i ricchi di Brescia, i tedeschi che si cuccano le case migliori. Nessuno di loro vorrà più comprare e il prezzo scenderà fino alle mie tasche…” Adolfo fece cenno di sì, certo lui era ben furbo. Bravo, bravo! Un cenno di saluto e via, fuori di lì. La costa era già in ombra. Il grande negozio di Riva stava chiudendo e  Adolfo si convinse che doveva smetterla una buona volta di perder tempo per strada. Così, durante tutto l’inverno e tutta la primavera, perfino d’estate Adolfo tirò dritto senza infilarsi nella deviazione per Bogliaco. Si fermava magari un attimo a guardare giù dalla strada nel punto in cui le bocche di leone  insanguinavano la costa. Solo in autunno decise che era tempo di dare un’occhiata alla piazzetta. Era proprio tempo. Di dare un ‘occhiata alla piazzetta e di entrare nel bar ‘La trota‘.  Ci entrò  a passi da gatto Silvestro. Dietro la cassa fioriva il gran seno della signora padrona. “ Ha saputo,” disse subito. “Ha saputo del mio povero marito…?” Adolfo bevve un sorso del caffe decaffeinato. “ Avevamo appena traslocato nella casa nuova, la ‘Bocca di leone’… io non voleva andarci in quella casa ma lui.. ma lui ha così insistito…” La donna ebbe un dignitoso singhiozzo e si mise le mani sulla faccia.” L’ho trovato io stessa, una mattina…morto, morto tragicamente…”  Morto!? Ma cosa mi dice …Morto come?” chiese Adolfo ad alta voce. Nel bar c'era  gente  e tutti ad ascoltare.

“Sbranato dai cani,” rispose lei piangendo a dirotto. “Glielo aveva detto di non comprarla quella casa maledetta. Ora non riuscirò a venderla nemmeno per quattro soldi..”

“Per quattro soldi, forse, qualcuno la comprerà,” disse Adolfo battendole una mano sulla spalla, poi aggiunse che gli dispiaceva, un così brav’uomo, oh come gli dispiaceva. Uscì dal bar. Il vento lo spinse su per la lieve salita,  fino alla macchina, davanti ai tennis. Era davvero un ottobre terribile. Adelmo avrebbe voluto trovarsi davanti ad un camino acceso, nella casa che aveva sempre sognato. Ormai era soltanto questione di un po’ di pazienza. Si stropicciò le mani soddisfatto, mise in moto il motore e, prima di partire,si girò verso il sedile posteriore. “ Avete fatto un bel lavoro amici!” I due doberman con gli occhi rossi, suoi inseparabili compagni, ringhiarono schiumando saliva.

lunedì 25 novembre 2013

MIU'

Pompeo, a cinquant’anni suonati, passava le sue giornate alla finestra. Il grande giardino era smangiato dai bachi, incipriato dal mal bianco ma a lui interessavano i gatti. I gatti arrivavano sul filo del muro, profili neri e grigi ritagliati in carta lucida, gatti nella notte, gatti che salutavano il sole con tesi miagolii di cristallo. Pompeo dunque li guardava. Non faceva altro dalla mattina alla sera, ma siccome non si ubriacava, non andava a donne, non alzava la voce, sua madre lasciava correre e aveva da un bel pezzo smesso di esortarlo a cercarsi un lavoro, tanto la sua pensione bastava per due.

Pompeo guardava i gatti e li attirava. Quelli volgevano occhi d’ambra, sorrisi felini e feroci, balzavano col corpo di metallo cupo pronto per le carezze. Lui grattava le orecchie piene di pulci, disponeva su davanzale a piano terra pezzetti di carne cruda poi si faceva leccare dalle lingue di carta vetrata. Gli piaceva quella riconoscenza, gli era dovuta e guai, guai se uno di loro, di carattere scontroso, soffiava inarcando il dorso o fuggiva via infastidito.

“Dov’è finito quel sorianotto con le testa grossa?” chiedeva sua madre. “ E la micina macchiata? E il gatto tutto bianco?...” “ Se ne sono andati ,” rispondeva Pompeo distratto da un nuovo amore rosso di pelo con la coda mozza.

Zaira guardava perplessa i mucchietti di terra fresca nel verde del trifoglio, la vanga appoggiata al muro del capanno e poi la distesa di margherite fino alla casetta di legno dipinto, due stanze in tutto, che avrebbe potuto diventare il nido d’amore di Pompeo qualora si fosse sposato. Ma di donne neanche l’ombra e c’erano i gatti.

“Che fine ha fatto il rosso senza coda? Come mai è sparito?” chiedeva Zaira per l’ennesima volta e Pompeo aveva una luce di temporale negli occhi, lui così mansueto. Quegli occhi seguivano la sagoma di un micio giallo in cima a un muro e non dicevano niente di buono.

“ Forse ha un brutto carattere,” pensava sua madre. Intanto era arrivata l’estate, una delle tante, ma questa volta Pompeo partì per una vacanza al mare. Zaira restò a preparare marmellate e conserve finchè un  mezzogiorno di fuoco il figlio entrò in casa abbronzato, quasi bello. “ Ti devo dire una cosa,” ansimò. “ Stamattina prima di arrivare qui mi sono sposato.”

Zaira provò un gran sollievo.  “Lei sta scaricando i bagagli,” aggiunse Pompeo emozionato. “Lei ora arriva!”

Infatti nel viale  avanzava lentamente , i fianchi e le spalle in perfetta asincronia, di lucido crine nero, la sposa. Giunse fin sulla porta di casa senza affrettarsi,  finchè il visetto triangolare fu in piena luce. Gli occhi erano gialli e le pupille strette per il riverbero. Nero kajal dentro l’angolo di lacrimazione.

A Zaira si accapponò la pelle quando la ragazza mostrando i dentini aguzzi in un sorriso di circostanza tese la piccola mano morbida tra le sue e disse:” Piacere. Mi chiamo Miù.”

Pompeo prese a solleticarla sul collo, a grattare le piccole orecchie mentre lei con voce lamentosa raccontava del loro incontro, di come si erano subiti sentiti attratti l’uno con l’altro. E giù grattatine e giù sbuffi, gli artiglietti della donna non erano retrattili , stavano lucidi e rossi a giocherellare e  ad aggredire maliziosamente il povero Pompeo stralunato d’amore.

Zaira  con gran sollievo li lasciò andare  verso la casa di legno al di là del giardino. Le chiazze di terra smossa facevano da sentiero.

Niente silenzio quella notte, ma voci di civette, tonfi di farfalle nere. Il canto del gallo all’alba suonò come un grido. La povera Zaira era a pezzi, con un pensiero fisso in testa. Al diavolo l’intimità degli sposi! Lei doveva andare a vedere. E vide la vanga appoggiata a un albero, sporca di fresco, allora spiò dalla finestra.

La sposa, meno male, stava lì, viva e vegeta, davanti ad un piattino. Lo annusava. Poi la lingua fu un lampo rosso a lucidare i resti della colazione.

“Pompeo?” balbettò Zaira. “Pompeo dov’è?”

“Pompeo ha un brutto carattere e abbiamo fatto baruffa stanotte“ disse la ragazza con malizia. “ E lui, povero amore, Ha avuto la peggio!”

domenica 24 novembre 2013

FELICITA' SPECIALE

Sebastiano si era cucito addosso la sua vecchiaia con una specie di amorevole puntiglio, come se nell’intrico di esperienze, pensieri e vita vissuta vi fossero dei privilegi più che i segni inequivocabili della decadenza. Sua moglie era morta di parto ancora bambina, lei, che aveva avuto sempre una gran voglia di ridere e la figlia era invece cresciuta cupa, scontrosa, con notevole rigore morale. Insomma una donna triste, che aveva sposato uno con la testa a posto almeno quanto lei e per i primi anni erano erano rimasti tutti e tre ad abitare nel cuore della vecchia Brescia dove era finalmente nato un bambino. Sebastiano allora aveva cercato di occuparsi di lui con una tenerezza che gli riusciva male. Era un bambino lagnoso che soffriva di mal d’orecchi. Passavano ore alla finestra a contare le macchine sulla strada. Una noia infinita.  Poi figlia genero e nipote erano andati ad abitare a Salò e Sebastiano, cautamente, aveva cominciato a guardarsi attorno per cercare un po’ di allegria. La trovava per strada d’estate, quando le ragazze hanno le maniche corte e ci si può sedere ai tavoli dei bar nel calore del sole. Un calice di vino e chiacchiere. Su, in casa, le finestre tutte spalancate e lui tra terribili correnti che avrebbero fatto inorridire la figlia di buon senso. Erano vènti di montagna che portavano un’aria di cristallo. Intanto gli venivano le guance rosse perché non si negava niente, nemmeno i bignè con lo zabaione o la fetta d’anguria la sera tardi.  Poi  c’era quella speciale felicità, il martedì e il venerdì nel tardo pomeriggio e della quale, qualche volta, si vergognava.
“Ti stai facendo bello”, diceva sua figlia nelle sue visite settimanali e lo guardava con sospetto quell’ uomo alto, dritto, con una luce negli occhi che non gli aveva mai visto. E siccome Sebastiano oltre che bello diventava anche allegro, la figlia lo tormentava di domande. “Cosa fai tutto il giorno? Chi incontri? Mi sembri così strano…Nascondi un segreto?”
“Un segreto, sì”
E lei presa dall’angoscia pensava già allo scandalo. “ Mi dicono…mi dicono che due volte alla settimana, tu vai da una certa signora.”
“La felicità è un diritto”, diceva dolcemente Sebastiano e teneva la figlia tra le braccia perché anche lei capisse e si prendesse la sua fettina  prima che fosse troppo tardi. “Devi smetterla,” disse lei . “Smettere cosa?” “ La cosa che sai. Il tuo segreto. E’ una vergogna..alla tua età!” Lui rise  e sembrò giovane giovane. “Questo segreto è la mia vita, cara figliola.” “Ma non ti ricordi della mamma? Ne parlavi sempre. Dicevi che lei rideva, dicevi.” “E’ proprio perché me la ricordo che ricerco quella speciale felicità!”
La figlia  scappava giù dalla scale piangendo per la vergogna e Sebastiano sceglieva la camicia pulita, bagnava i capelli per farli stare incollati alla testa, profumo di lavanda e poi fuori. Nel cielo c’erano il giorno e la notte e tutte le sfumature dell’azzurro, brandelli di nuvole e voli. La strada si animava dopo la calda quiete del pomeriggio. Non doveva camminare molto e le scale erano buie, odorose di gatto. Sebastiano arrivava al terzo piano con le palpitazioni. Sempre così, due volte alla settimana. E lei era là. Vecchissima e tremante, con tutte le sue collane e le sue spille  ma le dita libere dagli anelli. Il pianoforte era lucido e il mazzo di fiori perdeva i primi petali.
“Mio caro amico, ha fatto gli esercizi?”
“Li ho fatti, signora.”
Sebastiano metteva le mani aperte sui tasti e il suono che ne usciva, il miracolo di quella melodia semplice lo faceva rabbrividire. “Non sono troppo vecchio per cominciare, vero?” La signora sorrideva e diceva di no, allora lui suonava, impacciato ma diligente, suonava e ricordava  la moglie bambina, le sere d’estate, la fontanina di ferro, le parole dette e ascoltate, le strette d’amore, il dolore, la speranza. L’ora da lezione finiva e lui non si sarebbe mai alzato da quello sgabello.

LA STREGHETTA

“Vieni anche tu stasera al bar Stella, canta Bobby Rey…”
“Mio padre non mi lascia.”
“E domani sera? Si balla. Ci sono un sacco di ragazzi domani sera.”
“Ti ho detto che mio padre non mi lascia,” sospirò Maddalena guardando il mare.
La biondina sbuffò. “Ma non ti lascia fare niente …Quanti anni hai?”
“Quasi quattordici, e mi tratta come una bambina.”
La bionda si tolse alcuni granelli di sabbia dalle ginocchia e osservò la schiuma dell’onda che gorgogliava fra le dita dei piedi. “Ti diverti qui al mare?” chiese col suo dolce accento toscano.
“Neanche un po’,”rispose torva Maddalena.
“Qual è il tuo ombrellone?” la ragazza era curiosa, con grandi occhi distanti, da vitello.
“E’ il primo della fila. Quella coi capelli lunghi è la mia mamma.”
“Bella donna. E quello che le ronza attorno è tuo padre? Quello con la sigaretta in bocca, eh? E’ tuo padre?”
“No,” disse Maddalena. “ E’ un amico dei miei. Viene sempre in vacanza con noi.”
“Allora tuo padre qual è?” La biondina continuava a voltarsi verso l’ombrellone.
“E’ quello alto, col costume blu.”
“Non ti somiglia.”
Maddalena si era accovacciata e modellava con le dita aiutandosi con un bastoncino di legno appuntito.
“Guarda qui,” disse,” questi sono mio padre e mia madre…Guarda…” Aveva fatto due pupazzetti di sabbia bagnata, lunghi una spanna, con corpo braccia gambe e testa. “Adesso  sta’ a vedere,” aggiunse con aria misteriosa. Prese il bastoncino di legno appuntito e punzecchiò delicatamente la testa della donna di sabbia.
“ E allora?” chiese la biondina.
“Guarda mia madre, sotto l’ombrellone, e capirai.”
La ragazzina si voltò proprio mentre la donna saltava su dalla sdraio e si metteva le mani tra i capelli con uno strillo.
“ Lo vedi? Ha mal di testa. E adesso attenta!” Infilò appena appena la punta del legnetto e subito lo ritrasse dalla gamba  di sabbia di sua madre e la madre viva, quella vera, disse che ci doveva essere una vespa, disse che la vespa ce l’aveva con lei e intanto si guardava intorno a naso per aria.
Maddalena guardò l’altra ragazzina. “Hai capito allora? Io sono una strega!”
Il mare si stava calmando, le onde si erano fatte brevi, senza riccioli sotto il sole che scottava.
“Papàaaa,” gridò Maddalena,” posso fare il bagno?” Lui fece cenno di no.
“Perché non vuole farti fare il bagno?” chiese la biondina.
“Perché è un rompiscatole, non mi fa mai fare niente. Dice no e no e no e no. Non sa dire altro.”
Le due ragazzine si misero a guardare il mare. “Papàaaaa,” supplicò Maddalena e lui fece ancora quel gesto con la testa che non ammetteva repliche.
“ Ti va male eh, piccola” sorrise l’amico di famiglia con la sigaretta in bocca. Buttò la sigaretta ed entrò in acqua  felice.
“Prova ancora,” disse la biondina  e Maddalena urlò :”Dai papà, me lo lasci fare il bagno, me lo lasci faaareeee?”
“No,” rispose lui. “Piantala!” Maddalena strinse gli occhi. “Al diavolo,” mormorò.” Al diavolo al diavolo al diavolo.” Prese il bastoncino appuntito e lo conficcò nel cuore dell’omino di sabbia. “Guarda cosa ti faccio, guarda.” Diede un paio di pugnalate molto violente, piene di rabbia.
“La tua magia non funziona!” rise  la biondina guardando verso l’ombrellone. L’uomo alto col costume blu sembrava di ottimo  umore. L’altro invece, l’amico di famiglia, che stava facendo il bagno proprio vicino agli scogli, aveva sentito un male ma un male al cuore, che non aveva fatto in tempo a gridare aiuto.

 

 

 

mercoledì 13 novembre 2013

La condanna

Cavolo, non ci vedeva niente bene. Provò a strizzare gli occhi ma le ombre bianche rimasero intorno agli oggetti , nessuna messa a fuoco era possibile. Comunque era ancora vivo. Accidenti a me, pensò, che scorza dura. Aveva proprio creduto di morire poco prima, in ospedale. Ricordava bene le pareti bianche, i tubi d’acciaio della terribile macchina che doveva tenere in vita il suo cuore malandato, moglie e figlia con la faccia da luna piena lì a guardarlo. “Stavolta non ci riuscirete,” aveva borbottato,” non ci riuscirete a farmi sopravvivere. Sono marcio, finito, stanco..” E quelle subito.” Ha parlato , ha parlato, si sta riprendendo!”
Lui era scivolato in una beatitudine obliqua, era stato come lasciarsi andare su un asse inclinata verso un lago fresco, ma il lago era sempre lontano e il lieve senso di vertigine della caduta era di una dolcezza terrificante. “Sto morendo, infine ce l’ho fatta,” aveva pensato. Invece no.
Provò a girare la testa ed ebbe grande difficoltà a coordinare i movimenti. Si ritrovò con i pugni stretti contro la bocca piena di saliva. Non si trovava più nella stanza bianca, niente più tubi infernali, segno che aveva superato la crisi. Da un momento all’altro sarebbero apparse le sue donne, ripugnanti nella loro ossequiosa premura. La malattia lo aveva costretto a contatti odiosi. Ah, le loro mani sotto le sue ascelle per sollevarlo, ah le lingue bianche e veloci che assaggiavano una punta di minestra per lui e fiati di asino e di bue a riscaldarlo e a consolarlo di tanta sofferenza. Sarebbero apparse coi sorrisi bucati, bocche spalmate di rossetto sbavato e via con le carezze, caro di qui, caro di là, forse qualche bacio, ahimè.
Adelmo sospirò e distolse a fatica i pugni dalla faccia. Sentiva un calore sospetto tra le gambe, appiccicoso e beato. Capì, con costernazione, che se la stava facendo addosso.
Bell’affare tenere in vita uno sgangherato come lui. Adesso era anche incontinente e le due care donne lo avrebbero tenuto pulito frugandolo dove lui non voleva.
“ Forse sono paralizzato,” pensò. Provò a muovere le gambe e sentì invece un’insolita vivacità nell’articolazione del ginocchio, una specie di frenesia. Continuò a scalciare perché non ne poteva fare a meno. Non sopportava assolutamente l’idea di essere ancora vivo e questa volta doveva fare le cose per bene, forzare la mano al destino, visto che questo era pigro e giocherellone. La finestra era là. Lui non distingueva i particolari ma era probabilmente aperta. Bastava alzarsi dal letto e splasc. Dioloperdonasse ma era proprio costretto. Non si può illudere un uomo della morte e poi niente, ci siamo sbagliati, tante scuse! La finestra era là, ma lui, invece di alzarsi e muovere quei pochi passi, continuava a scalciare come un tarantolato. Sentì per la seconda volta una soave liberazione tra le gambe, proprio mentre, ne era sicuro, entravano moglie e figlia. Ebbene, l’avrebbero trovato sporco, bagnato, sempre più misero. Vide a malapena le loro facce, chine su di lui, di una grandezza impressionante.

“Il mio piccolo,” mormorò la figlia. Adelmo pensò che doveva aver partorito, non era più grossa come la ricordava. Forse aveva portato il neonato con se per farglielo vedere. Cercò di parlare, aveva caldo aveva sete. “ Il mio piccolo,” disse ancora la figlia. “ Sei proprio cicciotto,” disse la moglie con una tenerezza oscena, e cominciarono a scoprirlo, a dare aria al corpo nudo, a pulirlo. Che vergogna, che vergogna. Poi la figlia disse:” Amore di mamma!” e Adelmo si sentì sollevato, premuto, allora volle gridare e gli uscì un pianto sgraziato di disperazione. Fregato! Era stato fregato. La morte è solo un piacere fuggevole e tutti coloro che si fanno illusioni sappiano che la vita, e poi ancora la vita, e poi ancora la vita è la condanna degli uomini. “Questo bambino ha fame” disse la donna e allora Adelmo sentì in bocca la disgustosa consistenza della carne umana e un saporaccio di latte denso gli annacquò le lacrime.

Mani di nonna

Emma entrò in casa, si tolse le scarpe bagnate e infilò con un sospiro di beatitudine le pantofole. La luce nel soggiorno era spenta. Lei accese la lampada piccola e vide sua figlia Rosalinda seduta al tavolo con la testa appoggiata alle braccia. Dormiva. “La nonna?” chiese Emma ad alta voce. La bambina si mosse, alzò un viso cencioso e inespressivo. “La nonna? Sei andata a vedere come sta? Le hai fatto compagnia? Come mai dormi a quest’ora?” Rosalinda non parlava, si stropicciava lentamente gli occhi mentre sua madre era già sulla porta della camera buia a gridare per farsi sentire dalla nonna. “ Mamma come va? Hai riposato? Ti ha fatto compagnia Rosalinda?” Ed ecco il ronzio della vecchia, un tremulo fischiare di spazi vuoti tra i denti, di corde vocali nodose di polipi. “ La nonna ha detto che non ti sei fatta viva per tutto il pomeriggio…” “Ci sono stata per un po’,” protestò la bambina senza accalorarsi. “ Ma poi… C’è buio là dentro…La nonna mi vuole sempre tenere le mani e io mi stanco.”
“Vergogna,” disse sua madre. Rosalinda non si muoveva dalla sedia. Ci stava ammucchiata più che seduta. “Vergogna,” ripetè. “ Lo sai che i vecchi vogliono essere toccati, sentire il calore, devono capire che tu ci sei, che stai vicina a loro…” Brontolava e stendeva la tovaglia. “Prendi i piatti nella lavastoviglie.” Rosalinda si mise in piedi con infinita fatica. “ E ora vai dalla nonna, su.” “No.” “Che storie sono, vai di là ho detto.” “No, no e poi no.” Non si era mai ribellata così apertamente. Diceva no e poi no con decisione e intanto si lasciava andare sul divano. “Ti senti male?” “ Sono stanca.”
Quando la vicina di pianerottolo si presentò alla porta con la scusa di restituire un giornale a Emma non parve vero di potersi sfogare. “ Rosalinda mi fa disperare, non ne vuole sapere della nonna e quella poveretta sola tutto il giorno, lei che vorrebbe avere sempre gente attorno, capisci, un po’ di allegria…”

La vicina aveva il figliolino in braccio e una gran voglia di curiosare quindi entrò nella camera al seguito di Emma. La vecchia era pallida tra cuscini di piuma, gommapiuma, lana e crine . “ Mamma, guarda chi è venuta a trovarti. Sei contenta, eh? Sei contenta? Vuoi tenere il bambino un attimo?” Due braccia di osso subito tese. Il piccolo strinse il dito di una mano ansiosa e subito si perse nell’abbraccio goffo tra lini e pizzi ammaccati. “ Ti dicevo dunque…” continuò rivolta alla vicina,” che Rosalinda è sempre svogliata sempre stanca. Ma ti pare possibile alla sua età?” L’altra scuoteva la testa incredula sempre però con un occhio al figlio, e come fu svelta, cuore di mamma, a riprenderselo, appena lo vide ciondolare. “ Si è addormentato, guarda! Che strano, non è la sua ora.” La testina del bambino stava abbandonata sulla spalla della madre che ripeteva: non dorme mai a quest’ora, mai. Saluti sulla porta di casa nel buio quadrato del pianerottolo. Rosalinda stava incarognita in un angolo del divano.” Ora vieni dalla nonna un momento, dai, un momento solo.” “No.” Emma sospirò e tornò nella camera della vecchia che stava con occhi di lupo, le mani subito tese . “ Ma si, ti faccio compagnia io.” Le mani dentro le mani e il caldo odore delle lenzuola poco pulite. “ Non ti sei alzata per niente oggi? Non ce l’hai fatta, eh”. Una rossa oscurità. Rosso sulle guance che non potevano essere rosse. Dio che sonno che stanchezza. La testa all’indietro poi raddrizzata bruscamente poi di nuovo abbandonata nel conforto di una specie di vertigine. Si era addormentata ecco, magari per pochi secondi, o minuti, ma adesso Emma aveva gli occhi ben aperti, eppure non ce la faceva assolutamente a muoversi. La vecchia era seduta diritta sul letto e le teneva ancora ingabbiate le mani. “ Sta zitta, non muoverti!” Una voce incredibile, vigorosa, gettò ali di paura nella stanza. “ E’ ridicolo,” pensò Emma cercando di svincolarsi, ma sentiva le braccia molli, i polsi stanchi, le dita fredde in preda a mani che non avevano niente di tremulo e di incerto, anzi, si facevano sempre più sicure mentre catturavano energia, assorbivano vita. Emma provò ancora a cavare la voce ma qualcosa si scolmava dentro di lei fino a farle perdere i sensi. E fu soltanto allora che la vecchia, rinsanguata, si alzò in piedi e, come Dio volle, la lasciò andare.

domenica 3 novembre 2013

La signora vestita di nero

Terenzio ci era proprio stato trascinato a quella festa ed ora lui e l’amico Pio stavano come imbecilli in mezzo al soggiorno gremito.
“Si soffoca,” disse Terenzio. “Oggi non mi sento niente bene.” Bevve un sorso di cognac e sentì la prima fitta al cuore. “Si soffoca,” ripetè. “Ma dai,” disse Pio allentandosi il nodo della cravatta e guardandosi in giro. Terenzio riusciva a vedere oltre le teste il gruppo delle poltrone accostate al muro per fare spazio e lei era tutta nera di capelli di occhi di rossetto di vestito di calze, seduta là, come lasciata andare. Forse dormiva. Di solito Terenzio non guardava le donne. Ne aveva abbastanza di Flora, sua moglie, una presenza opaca di larga consistenza, untuosa nelle carezze e nei contatti. Aveva chiuso con le femmine lui, o almeno credeva.
“ Chi è?” chiese affascinato.
“Chi?” Pio era distratto, non guardava nella direzione giusta.
“ Quella donna vestita di nero, seduta sulla poltrona, anzi sdraiata. Sembra che dorma. La vedi? Chi è? La conosci? Me la presenti? Ehi, la conosci?”
Pio aveva trovato una bionda un po’ pinocchia che ci stava e aveva cominciato a ridere con lei. Ridevano tutti e due come iene. Terenzio stava molto attento a come rideva la gente, se con la ah ah se con la oh oh. Diffidava da chi rideva con la eh e aveva paura della risata di Flora: un ih ih ih che faceva venire i brividi. Sentì ancora una volta la fitta al cuore, seguita da un crampo minuscolo e poi niente. La terza fitta aprì un cuneo di dolore profondo e bruciante dal petto al dorso. “ Dio mio ci siamo,”pensò gorgogliando dalla nausea. “ Adesso stramazzo qui davanti a tutti con un maledetto infarto.” Si aggrappò alla tenda per reggersi ancora un momento e vide la signora vestita di nero con dolci occhi sprofondati in occhiaie nerofumo, farsi largo e avvicinarsi proprio a lui. “Salve, “ disse con la voce più soave che lui avesse mai ascoltato. “Si diverte?”
“ No, “ rispose Terenzio. La fitta stava regredendo, gli lasciava una specie di prurito quasi piacevole. Lei era bellissima, molto in ombra per via di quell’ala di capelli neri che le strisciava sulla guancia. Rideva con la risata grassa e dolce che lui preferiva, a denti scoperti, gola arrovesciata e palpebre semichiuse.
“Anch’io non mi diverto…” Aveva le unghie laccate di un nero perfetto in fondo a dita sottili. Terenzio pensò a ragni immobili su nere ragnatele e si sentì perdutamente innamorato. “Andiamocene,”propose. La donna fece un cenno di deliziosa complicità e gli si appese ad un braccio, giù per le scale buie, nell’androne buio. Terenzio si sentiva in completo benessere e mise subito le mani intorno alla vita di lei, giacca e pantaloni premuti contro la sua splendida magrezza. “Ti voglio avere.”
“Semmai sarò io che avrò te,” mormorò la signora vestita di nero. La sua scollatura si slabbrava, le vesti salivano i baci erano una vertigine. Terenzio non aveva mai provato nella sua vita una felicità e un’urgenza così impetuose. “Ti prego,” la supplicò. “Ora, qui,adesso, subito.”
“Non è tempo, “disse lei decisa, ricomponendosi. “Non è ancora arrivato il momento. Devi avere pazienza.” Intanto si ritraeva, gli sfuggiva inghiottita dall’ombra dell’androne. “Stai con me” gridò Terenzio.
“Sono qui caro,” rispose Flora la grassa, la unta d’olio d’oliva, sua legittima sposa riversa su di lui in un accecante chiarore di luce al neon. “Che c’è, cosa è successo?” chiese Terenzio scostandola. Si trovò intricato da fili collegati ad una macchina.
“Ce l’hai fatta amore mio,” disse Flora. “Ora sei fuori pericolo.”
Pio stava dietro di lei. “Ieri sera ti sei appeso ad una tenda e poi patapumfete giù per terra. Non ti ricordi niente” chiese con voce emozionata. “Niente. Cosa è stato?”” Un infarto. Ma ora tutto è a posto.”
“Ho visto la morte in faccia…” disse trasognato Terenzio.
“Ma ora tutto è a posto,” ripeterono in coro moglie amico infermiere e medici del reparto. Flora coi capelli scoloriti e le sopracciglia tatuate si avvicinava con tutto il suo affetto colloso, mezzo metro, pochi centimetri.

“Mio Dio no, “ Sospirò lui respingendola e tutti si addossarono al muro, comprensivi, per lasciar passare più aria. “ E’ agitato, bisogna lasciarlo in pace…” E allora Terenzio vide che la porta si apriva ed entrava il bellissimo amore suo, tutta vestita di nero coi neri capelli di seta. Lui le fece posto nel letto e, fregandosene di tutti, cominciò ad abbracciarla e a baciarla finchè, finalmente, fu suo.

domenica 27 ottobre 2013

Stessa voce, stesso lamento


Regina fece tre passi, posò i sacchetti del supermercato e sentì la voce. Era la solita, lamentosa voce di Eros che prendeva forza. “ Dove sei stata? Chi hai incontrato? Chi ti ha guardata? A chi hai sorriso? Il tuo bel sorriso per qualcun altro… A chi dunque hai sorriso?
Regina non rispose. Eros nemmeno la guardava. Stava seduto a gambe larghe e mento ripiegato sul petto, in controluce. La sua sagoma scura e ben delineata era quella di un grosso feto.
“ Tu vai in giro a sorridere… Per chi ti sei messa in ghingheri eh? Per chi. Tu..,. mi vuoi far morire mi vuoi.”
Regina si tolse le scarpe e infilò le ciabatte. Le dita dei suoi piedi si sgranarono nella pezza della tomaia sformata. “ Tu,” disse Eros,” non mi ami più.”
Il tono era sempre piagnucoloso, nessuna ombra di minaccia, nessuna disperazione: una tiritera di cui Regina conosceva perfettamente i tempi, sapeva a memoria le parole. “Io mi ammazzo io mi butto dalla finestra tu mi farai morire.”
La finestra era chiusa e non si vedeva il cortile nero. Lo scempio delle pattumiere sventrate, a volte, era una piacevole armonia di colori : le bucce d’arancia, il bluette dei cartoni di bibita al mirtillo. Eros stava sempre mani in grembo e capo chino. Si puliva le unghie con l’unghia e strappava le pellicine fino al sangue.” Io mi ammazzo, tu mi farai morire di gelosia.”
Regina cominciò a sbucciare le patate per la cena, col coltello, senza economia. Le bucce avevano più polpa di quel che restava per la padella. Olio burro pancetta tritata rosmarino sale e pepe. Il tutto sfrigolò come una musica.
“ Io mi butto dalla finestra,” diceva ancora Eros, “ e la faccio finita.”
“Piantala,” gridò lei. “Falla finita davvero, una volta per tutte e taci!”
Nella stanza si allargò un silenzio che lei conosceva. Eros si era offeso.
“Eros..”
“Eh…”
“ Scusami dai…”
“ Scusami tu,” disse lui alzando gli occhi color foglia di fico che l’avevano fatta innamorare.
“Cosa vuoi che vada in giro a far la civetta…alla mia età…”
“Sei bella. Tutti ti guardano.”
Regina era in ginocchio davanti a lui. “Sono sempre qui con te. Ti lascio solo per fare la spesa.. Cucino le cose che vuoi.. Vivo per te. Basta con questa gelosia…”
Eros buttò indietro la testa da lupo e gli si gonfiarono vene maschie sul collo. Aveva un bel naso con delicate narici senza pelo.” Ma tu.. sei bella…” mormorò a fatica.
“ Sono vecchia. E’ passato il tempo… Lo capisci o no che non c’è motivo…”
Lui fece cenno di sì senza parlare.
“Di cosa ti lamenti allora, per cosa piangi?”
Eros pareva convinto. Lei si alzò, rimescolò le patate e prese il coltello più affilato per tagliare la carne.
“ Tu non mi ami piùuuu” belò Eros ad alta voce col più rabbrividente dei lamenti. “Dio, ci risiamo,” pensò Regina e affondò il polpastrello sul filo della lama per vedere il sangue. “E sarà sempre così, sempre peggio, sempre peggio.” Ci vide doppio e strinse i denti. Fissò il poco sangue della ferita con una specie di voluttà.”Tuuu vai sempre in giro in ghingheri per chissà quale uomo. Mi fai soffrire come un cane mi fai soffrire. Tu mi fai morire…”
“Adesso ripete che non lo amo più,” pensò Regina,” e , se si azzarda io lo ammazzo.”
Eros non disse più niente. Lei aspettò col coltello in mano e un gran buio in testa. “ Basta, basta, basta, una sola parola e l’uccido .”
Lui zitto. Lei tremava e batteva i denti. Fece scivolare il coltello nella tasca del grembiule senza un perché.
“Esco,” disse.”Faccio un salto dal fruttivendolo qua sotto. Ho dimenticato la frutta.”
Neanche allora lui protestò e Regina uscì in ciabatte nell’aria fresca. Respirò come un cane dopo la corsa, perdendo saliva amara. Forse le sarebbe venuto un colpo. Si asciugò la bocca e prese fiato. Il negozio del fruttivendolo era pieno di donne beate.
“ Buongiorno signora Regina,” disse il fruttivendolo coi denti di acciaio. “E’ un po’ di tempo che non la vedo…Con chi mi fa le corna, eh? Con chi?”
Lei lo guardò stranita, pallida come la luna.
“Non mi vuole più bene, ecco cos’è,” rise il fruttivendolo che faceva lo spiritoso. Ridevano pure le donne con l’uva in braccio e lui ripetè: “ Lei non mi ama più.”
Aveva fatto la voce lamentosa da marito tradito, la peggiore e allora Regina tirò fuori il coltello e glielo piantò nella pancia.