domenica 24 novembre 2013

FELICITA' SPECIALE

Sebastiano si era cucito addosso la sua vecchiaia con una specie di amorevole puntiglio, come se nell’intrico di esperienze, pensieri e vita vissuta vi fossero dei privilegi più che i segni inequivocabili della decadenza. Sua moglie era morta di parto ancora bambina, lei, che aveva avuto sempre una gran voglia di ridere e la figlia era invece cresciuta cupa, scontrosa, con notevole rigore morale. Insomma una donna triste, che aveva sposato uno con la testa a posto almeno quanto lei e per i primi anni erano erano rimasti tutti e tre ad abitare nel cuore della vecchia Brescia dove era finalmente nato un bambino. Sebastiano allora aveva cercato di occuparsi di lui con una tenerezza che gli riusciva male. Era un bambino lagnoso che soffriva di mal d’orecchi. Passavano ore alla finestra a contare le macchine sulla strada. Una noia infinita.  Poi figlia genero e nipote erano andati ad abitare a Salò e Sebastiano, cautamente, aveva cominciato a guardarsi attorno per cercare un po’ di allegria. La trovava per strada d’estate, quando le ragazze hanno le maniche corte e ci si può sedere ai tavoli dei bar nel calore del sole. Un calice di vino e chiacchiere. Su, in casa, le finestre tutte spalancate e lui tra terribili correnti che avrebbero fatto inorridire la figlia di buon senso. Erano vènti di montagna che portavano un’aria di cristallo. Intanto gli venivano le guance rosse perché non si negava niente, nemmeno i bignè con lo zabaione o la fetta d’anguria la sera tardi.  Poi  c’era quella speciale felicità, il martedì e il venerdì nel tardo pomeriggio e della quale, qualche volta, si vergognava.
“Ti stai facendo bello”, diceva sua figlia nelle sue visite settimanali e lo guardava con sospetto quell’ uomo alto, dritto, con una luce negli occhi che non gli aveva mai visto. E siccome Sebastiano oltre che bello diventava anche allegro, la figlia lo tormentava di domande. “Cosa fai tutto il giorno? Chi incontri? Mi sembri così strano…Nascondi un segreto?”
“Un segreto, sì”
E lei presa dall’angoscia pensava già allo scandalo. “ Mi dicono…mi dicono che due volte alla settimana, tu vai da una certa signora.”
“La felicità è un diritto”, diceva dolcemente Sebastiano e teneva la figlia tra le braccia perché anche lei capisse e si prendesse la sua fettina  prima che fosse troppo tardi. “Devi smetterla,” disse lei . “Smettere cosa?” “ La cosa che sai. Il tuo segreto. E’ una vergogna..alla tua età!” Lui rise  e sembrò giovane giovane. “Questo segreto è la mia vita, cara figliola.” “Ma non ti ricordi della mamma? Ne parlavi sempre. Dicevi che lei rideva, dicevi.” “E’ proprio perché me la ricordo che ricerco quella speciale felicità!”
La figlia  scappava giù dalla scale piangendo per la vergogna e Sebastiano sceglieva la camicia pulita, bagnava i capelli per farli stare incollati alla testa, profumo di lavanda e poi fuori. Nel cielo c’erano il giorno e la notte e tutte le sfumature dell’azzurro, brandelli di nuvole e voli. La strada si animava dopo la calda quiete del pomeriggio. Non doveva camminare molto e le scale erano buie, odorose di gatto. Sebastiano arrivava al terzo piano con le palpitazioni. Sempre così, due volte alla settimana. E lei era là. Vecchissima e tremante, con tutte le sue collane e le sue spille  ma le dita libere dagli anelli. Il pianoforte era lucido e il mazzo di fiori perdeva i primi petali.
“Mio caro amico, ha fatto gli esercizi?”
“Li ho fatti, signora.”
Sebastiano metteva le mani aperte sui tasti e il suono che ne usciva, il miracolo di quella melodia semplice lo faceva rabbrividire. “Non sono troppo vecchio per cominciare, vero?” La signora sorrideva e diceva di no, allora lui suonava, impacciato ma diligente, suonava e ricordava  la moglie bambina, le sere d’estate, la fontanina di ferro, le parole dette e ascoltate, le strette d’amore, il dolore, la speranza. L’ora da lezione finiva e lui non si sarebbe mai alzato da quello sgabello.

Nessun commento:

Posta un commento