Sebastiano si era cucito
addosso la sua vecchiaia con una specie di amorevole puntiglio, come se
nell’intrico di esperienze, pensieri e vita vissuta vi fossero dei privilegi
più che i segni inequivocabili della decadenza. Sua moglie era morta di parto
ancora bambina, lei, che aveva avuto sempre una gran voglia di ridere e la
figlia era invece cresciuta cupa, scontrosa, con notevole rigore morale.
Insomma una donna triste, che aveva sposato uno con la testa a posto almeno
quanto lei e per i primi anni erano erano rimasti tutti e tre ad abitare nel
cuore della vecchia Brescia dove era finalmente nato un bambino. Sebastiano
allora aveva cercato di occuparsi di lui con una tenerezza che gli riusciva
male. Era un bambino lagnoso che soffriva di mal d’orecchi. Passavano ore alla
finestra a contare le macchine sulla strada. Una noia infinita. Poi figlia genero e nipote erano andati ad
abitare a Salò e Sebastiano, cautamente, aveva cominciato a guardarsi attorno
per cercare un po’ di allegria. La trovava per strada d’estate, quando le
ragazze hanno le maniche corte e ci si può sedere ai tavoli dei bar nel calore
del sole. Un calice di vino e chiacchiere. Su, in casa, le finestre tutte
spalancate e lui tra terribili correnti che avrebbero fatto inorridire la
figlia di buon senso. Erano vènti di montagna che portavano un’aria di
cristallo. Intanto gli venivano le guance rosse perché non si negava niente,
nemmeno i bignè con lo zabaione o la fetta d’anguria la sera tardi. Poi
c’era quella speciale felicità, il martedì e il venerdì nel tardo
pomeriggio e della quale, qualche volta, si vergognava.
“Ti stai facendo bello”,
diceva sua figlia nelle sue visite settimanali e lo guardava con sospetto
quell’ uomo alto, dritto, con una luce negli occhi che non gli aveva mai visto.
E siccome Sebastiano oltre che bello diventava anche allegro, la figlia lo
tormentava di domande. “Cosa fai tutto il giorno? Chi incontri? Mi sembri così
strano…Nascondi un segreto?”
“Un segreto, sì”
E lei presa dall’angoscia
pensava già allo scandalo. “ Mi dicono…mi dicono che due volte alla settimana,
tu vai da una certa signora.”
“La felicità è un diritto”,
diceva dolcemente Sebastiano e teneva la figlia tra le braccia perché anche lei
capisse e si prendesse la sua fettina
prima che fosse troppo tardi. “Devi smetterla,” disse lei . “Smettere
cosa?” “ La cosa che sai. Il tuo segreto. E’ una vergogna..alla tua età!” Lui
rise e sembrò giovane giovane. “Questo
segreto è la mia vita, cara figliola.” “Ma non ti ricordi della mamma? Ne
parlavi sempre. Dicevi che lei rideva, dicevi.” “E’ proprio perché me la
ricordo che ricerco quella speciale felicità!”
La figlia scappava giù dalla scale piangendo per la
vergogna e Sebastiano sceglieva la camicia pulita, bagnava i capelli per farli
stare incollati alla testa, profumo di lavanda e poi fuori. Nel cielo c’erano
il giorno e la notte e tutte le sfumature dell’azzurro, brandelli di nuvole e
voli. La strada si animava dopo la calda quiete del pomeriggio. Non doveva
camminare molto e le scale erano buie, odorose di gatto. Sebastiano arrivava al
terzo piano con le palpitazioni. Sempre così, due volte alla settimana. E lei
era là. Vecchissima e tremante, con tutte le sue collane e le sue spille ma le dita libere dagli anelli. Il pianoforte
era lucido e il mazzo di fiori perdeva i primi petali.
“Mio caro amico, ha fatto gli
esercizi?”
“Li ho fatti, signora.”
Sebastiano metteva le mani
aperte sui tasti e il suono che ne usciva, il miracolo di quella melodia
semplice lo faceva rabbrividire. “Non sono troppo vecchio per cominciare,
vero?” La signora sorrideva e diceva di no, allora lui suonava, impacciato ma
diligente, suonava e ricordava la moglie
bambina, le sere d’estate, la fontanina di ferro, le parole dette e ascoltate,
le strette d’amore, il dolore, la speranza. L’ora da lezione finiva e lui non
si sarebbe mai alzato da quello sgabello.
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