Pompeo guardava i gatti e li
attirava. Quelli volgevano occhi d’ambra, sorrisi felini e feroci, balzavano
col corpo di metallo cupo pronto per le carezze. Lui grattava le orecchie piene
di pulci, disponeva su davanzale a piano terra pezzetti di carne cruda poi si
faceva leccare dalle lingue di carta vetrata. Gli piaceva quella riconoscenza,
gli era dovuta e guai, guai se uno di loro, di carattere scontroso, soffiava
inarcando il dorso o fuggiva via infastidito.
“Dov’è finito quel sorianotto con le
testa grossa?” chiedeva sua madre. “ E la micina macchiata? E il gatto tutto
bianco?...” “ Se ne sono andati ,” rispondeva Pompeo distratto da un nuovo
amore rosso di pelo con la coda mozza.
Zaira guardava perplessa i
mucchietti di terra fresca nel verde del trifoglio, la vanga appoggiata al muro
del capanno e poi la distesa di margherite fino alla casetta di legno dipinto,
due stanze in tutto, che avrebbe potuto diventare il nido d’amore di Pompeo
qualora si fosse sposato. Ma di donne neanche l’ombra e c’erano i gatti.
“Che fine ha fatto il rosso senza
coda? Come mai è sparito?” chiedeva Zaira per l’ennesima volta e Pompeo aveva
una luce di temporale negli occhi, lui così mansueto. Quegli occhi seguivano la
sagoma di un micio giallo in cima a un muro e non dicevano niente di buono.
“ Forse ha un brutto carattere,”
pensava sua madre. Intanto era arrivata l’estate, una delle tante, ma questa
volta Pompeo partì per una vacanza al mare. Zaira restò a preparare marmellate
e conserve finchè un mezzogiorno di
fuoco il figlio entrò in casa abbronzato, quasi bello. “ Ti devo dire una
cosa,” ansimò. “ Stamattina prima di arrivare qui mi sono sposato.”
Zaira provò un gran sollievo. “Lei sta scaricando i bagagli,” aggiunse
Pompeo emozionato. “Lei ora arriva!”
Infatti nel viale avanzava lentamente , i fianchi e le spalle
in perfetta asincronia, di lucido crine nero, la sposa. Giunse fin sulla porta
di casa senza affrettarsi, finchè il
visetto triangolare fu in piena luce. Gli occhi erano gialli e le pupille
strette per il riverbero. Nero kajal dentro l’angolo di lacrimazione.
A Zaira si accapponò la pelle quando
la ragazza mostrando i dentini aguzzi in un sorriso di circostanza tese la
piccola mano morbida tra le sue e disse:” Piacere. Mi chiamo Miù.”
Pompeo prese a solleticarla sul
collo, a grattare le piccole orecchie mentre lei con voce lamentosa raccontava
del loro incontro, di come si erano subiti sentiti attratti l’uno con l’altro.
E giù grattatine e giù sbuffi, gli artiglietti della donna non erano retrattili
, stavano lucidi e rossi a giocherellare e
ad aggredire maliziosamente il povero Pompeo stralunato d’amore.
Zaira con gran sollievo li lasciò andare verso la casa di legno al di là del giardino.
Le chiazze di terra smossa facevano da sentiero.
Niente silenzio quella notte, ma
voci di civette, tonfi di farfalle nere. Il canto del gallo all’alba suonò come
un grido. La povera Zaira era a pezzi, con un pensiero fisso in testa. Al
diavolo l’intimità degli sposi! Lei doveva andare a vedere. E vide la vanga
appoggiata a un albero, sporca di fresco, allora spiò dalla finestra.
La sposa, meno male, stava lì, viva
e vegeta, davanti ad un piattino. Lo annusava. Poi la lingua fu un lampo rosso
a lucidare i resti della colazione.
“Pompeo?” balbettò Zaira. “Pompeo
dov’è?”
“Pompeo ha un brutto carattere e
abbiamo fatto baruffa stanotte“ disse la ragazza con malizia. “ E lui, povero
amore, Ha avuto la peggio!”