lunedì 25 novembre 2013

MIU'

Pompeo, a cinquant’anni suonati, passava le sue giornate alla finestra. Il grande giardino era smangiato dai bachi, incipriato dal mal bianco ma a lui interessavano i gatti. I gatti arrivavano sul filo del muro, profili neri e grigi ritagliati in carta lucida, gatti nella notte, gatti che salutavano il sole con tesi miagolii di cristallo. Pompeo dunque li guardava. Non faceva altro dalla mattina alla sera, ma siccome non si ubriacava, non andava a donne, non alzava la voce, sua madre lasciava correre e aveva da un bel pezzo smesso di esortarlo a cercarsi un lavoro, tanto la sua pensione bastava per due.

Pompeo guardava i gatti e li attirava. Quelli volgevano occhi d’ambra, sorrisi felini e feroci, balzavano col corpo di metallo cupo pronto per le carezze. Lui grattava le orecchie piene di pulci, disponeva su davanzale a piano terra pezzetti di carne cruda poi si faceva leccare dalle lingue di carta vetrata. Gli piaceva quella riconoscenza, gli era dovuta e guai, guai se uno di loro, di carattere scontroso, soffiava inarcando il dorso o fuggiva via infastidito.

“Dov’è finito quel sorianotto con le testa grossa?” chiedeva sua madre. “ E la micina macchiata? E il gatto tutto bianco?...” “ Se ne sono andati ,” rispondeva Pompeo distratto da un nuovo amore rosso di pelo con la coda mozza.

Zaira guardava perplessa i mucchietti di terra fresca nel verde del trifoglio, la vanga appoggiata al muro del capanno e poi la distesa di margherite fino alla casetta di legno dipinto, due stanze in tutto, che avrebbe potuto diventare il nido d’amore di Pompeo qualora si fosse sposato. Ma di donne neanche l’ombra e c’erano i gatti.

“Che fine ha fatto il rosso senza coda? Come mai è sparito?” chiedeva Zaira per l’ennesima volta e Pompeo aveva una luce di temporale negli occhi, lui così mansueto. Quegli occhi seguivano la sagoma di un micio giallo in cima a un muro e non dicevano niente di buono.

“ Forse ha un brutto carattere,” pensava sua madre. Intanto era arrivata l’estate, una delle tante, ma questa volta Pompeo partì per una vacanza al mare. Zaira restò a preparare marmellate e conserve finchè un  mezzogiorno di fuoco il figlio entrò in casa abbronzato, quasi bello. “ Ti devo dire una cosa,” ansimò. “ Stamattina prima di arrivare qui mi sono sposato.”

Zaira provò un gran sollievo.  “Lei sta scaricando i bagagli,” aggiunse Pompeo emozionato. “Lei ora arriva!”

Infatti nel viale  avanzava lentamente , i fianchi e le spalle in perfetta asincronia, di lucido crine nero, la sposa. Giunse fin sulla porta di casa senza affrettarsi,  finchè il visetto triangolare fu in piena luce. Gli occhi erano gialli e le pupille strette per il riverbero. Nero kajal dentro l’angolo di lacrimazione.

A Zaira si accapponò la pelle quando la ragazza mostrando i dentini aguzzi in un sorriso di circostanza tese la piccola mano morbida tra le sue e disse:” Piacere. Mi chiamo Miù.”

Pompeo prese a solleticarla sul collo, a grattare le piccole orecchie mentre lei con voce lamentosa raccontava del loro incontro, di come si erano subiti sentiti attratti l’uno con l’altro. E giù grattatine e giù sbuffi, gli artiglietti della donna non erano retrattili , stavano lucidi e rossi a giocherellare e  ad aggredire maliziosamente il povero Pompeo stralunato d’amore.

Zaira  con gran sollievo li lasciò andare  verso la casa di legno al di là del giardino. Le chiazze di terra smossa facevano da sentiero.

Niente silenzio quella notte, ma voci di civette, tonfi di farfalle nere. Il canto del gallo all’alba suonò come un grido. La povera Zaira era a pezzi, con un pensiero fisso in testa. Al diavolo l’intimità degli sposi! Lei doveva andare a vedere. E vide la vanga appoggiata a un albero, sporca di fresco, allora spiò dalla finestra.

La sposa, meno male, stava lì, viva e vegeta, davanti ad un piattino. Lo annusava. Poi la lingua fu un lampo rosso a lucidare i resti della colazione.

“Pompeo?” balbettò Zaira. “Pompeo dov’è?”

“Pompeo ha un brutto carattere e abbiamo fatto baruffa stanotte“ disse la ragazza con malizia. “ E lui, povero amore, Ha avuto la peggio!”

domenica 24 novembre 2013

FELICITA' SPECIALE

Sebastiano si era cucito addosso la sua vecchiaia con una specie di amorevole puntiglio, come se nell’intrico di esperienze, pensieri e vita vissuta vi fossero dei privilegi più che i segni inequivocabili della decadenza. Sua moglie era morta di parto ancora bambina, lei, che aveva avuto sempre una gran voglia di ridere e la figlia era invece cresciuta cupa, scontrosa, con notevole rigore morale. Insomma una donna triste, che aveva sposato uno con la testa a posto almeno quanto lei e per i primi anni erano erano rimasti tutti e tre ad abitare nel cuore della vecchia Brescia dove era finalmente nato un bambino. Sebastiano allora aveva cercato di occuparsi di lui con una tenerezza che gli riusciva male. Era un bambino lagnoso che soffriva di mal d’orecchi. Passavano ore alla finestra a contare le macchine sulla strada. Una noia infinita.  Poi figlia genero e nipote erano andati ad abitare a Salò e Sebastiano, cautamente, aveva cominciato a guardarsi attorno per cercare un po’ di allegria. La trovava per strada d’estate, quando le ragazze hanno le maniche corte e ci si può sedere ai tavoli dei bar nel calore del sole. Un calice di vino e chiacchiere. Su, in casa, le finestre tutte spalancate e lui tra terribili correnti che avrebbero fatto inorridire la figlia di buon senso. Erano vènti di montagna che portavano un’aria di cristallo. Intanto gli venivano le guance rosse perché non si negava niente, nemmeno i bignè con lo zabaione o la fetta d’anguria la sera tardi.  Poi  c’era quella speciale felicità, il martedì e il venerdì nel tardo pomeriggio e della quale, qualche volta, si vergognava.
“Ti stai facendo bello”, diceva sua figlia nelle sue visite settimanali e lo guardava con sospetto quell’ uomo alto, dritto, con una luce negli occhi che non gli aveva mai visto. E siccome Sebastiano oltre che bello diventava anche allegro, la figlia lo tormentava di domande. “Cosa fai tutto il giorno? Chi incontri? Mi sembri così strano…Nascondi un segreto?”
“Un segreto, sì”
E lei presa dall’angoscia pensava già allo scandalo. “ Mi dicono…mi dicono che due volte alla settimana, tu vai da una certa signora.”
“La felicità è un diritto”, diceva dolcemente Sebastiano e teneva la figlia tra le braccia perché anche lei capisse e si prendesse la sua fettina  prima che fosse troppo tardi. “Devi smetterla,” disse lei . “Smettere cosa?” “ La cosa che sai. Il tuo segreto. E’ una vergogna..alla tua età!” Lui rise  e sembrò giovane giovane. “Questo segreto è la mia vita, cara figliola.” “Ma non ti ricordi della mamma? Ne parlavi sempre. Dicevi che lei rideva, dicevi.” “E’ proprio perché me la ricordo che ricerco quella speciale felicità!”
La figlia  scappava giù dalla scale piangendo per la vergogna e Sebastiano sceglieva la camicia pulita, bagnava i capelli per farli stare incollati alla testa, profumo di lavanda e poi fuori. Nel cielo c’erano il giorno e la notte e tutte le sfumature dell’azzurro, brandelli di nuvole e voli. La strada si animava dopo la calda quiete del pomeriggio. Non doveva camminare molto e le scale erano buie, odorose di gatto. Sebastiano arrivava al terzo piano con le palpitazioni. Sempre così, due volte alla settimana. E lei era là. Vecchissima e tremante, con tutte le sue collane e le sue spille  ma le dita libere dagli anelli. Il pianoforte era lucido e il mazzo di fiori perdeva i primi petali.
“Mio caro amico, ha fatto gli esercizi?”
“Li ho fatti, signora.”
Sebastiano metteva le mani aperte sui tasti e il suono che ne usciva, il miracolo di quella melodia semplice lo faceva rabbrividire. “Non sono troppo vecchio per cominciare, vero?” La signora sorrideva e diceva di no, allora lui suonava, impacciato ma diligente, suonava e ricordava  la moglie bambina, le sere d’estate, la fontanina di ferro, le parole dette e ascoltate, le strette d’amore, il dolore, la speranza. L’ora da lezione finiva e lui non si sarebbe mai alzato da quello sgabello.

LA STREGHETTA

“Vieni anche tu stasera al bar Stella, canta Bobby Rey…”
“Mio padre non mi lascia.”
“E domani sera? Si balla. Ci sono un sacco di ragazzi domani sera.”
“Ti ho detto che mio padre non mi lascia,” sospirò Maddalena guardando il mare.
La biondina sbuffò. “Ma non ti lascia fare niente …Quanti anni hai?”
“Quasi quattordici, e mi tratta come una bambina.”
La bionda si tolse alcuni granelli di sabbia dalle ginocchia e osservò la schiuma dell’onda che gorgogliava fra le dita dei piedi. “Ti diverti qui al mare?” chiese col suo dolce accento toscano.
“Neanche un po’,”rispose torva Maddalena.
“Qual è il tuo ombrellone?” la ragazza era curiosa, con grandi occhi distanti, da vitello.
“E’ il primo della fila. Quella coi capelli lunghi è la mia mamma.”
“Bella donna. E quello che le ronza attorno è tuo padre? Quello con la sigaretta in bocca, eh? E’ tuo padre?”
“No,” disse Maddalena. “ E’ un amico dei miei. Viene sempre in vacanza con noi.”
“Allora tuo padre qual è?” La biondina continuava a voltarsi verso l’ombrellone.
“E’ quello alto, col costume blu.”
“Non ti somiglia.”
Maddalena si era accovacciata e modellava con le dita aiutandosi con un bastoncino di legno appuntito.
“Guarda qui,” disse,” questi sono mio padre e mia madre…Guarda…” Aveva fatto due pupazzetti di sabbia bagnata, lunghi una spanna, con corpo braccia gambe e testa. “Adesso  sta’ a vedere,” aggiunse con aria misteriosa. Prese il bastoncino di legno appuntito e punzecchiò delicatamente la testa della donna di sabbia.
“ E allora?” chiese la biondina.
“Guarda mia madre, sotto l’ombrellone, e capirai.”
La ragazzina si voltò proprio mentre la donna saltava su dalla sdraio e si metteva le mani tra i capelli con uno strillo.
“ Lo vedi? Ha mal di testa. E adesso attenta!” Infilò appena appena la punta del legnetto e subito lo ritrasse dalla gamba  di sabbia di sua madre e la madre viva, quella vera, disse che ci doveva essere una vespa, disse che la vespa ce l’aveva con lei e intanto si guardava intorno a naso per aria.
Maddalena guardò l’altra ragazzina. “Hai capito allora? Io sono una strega!”
Il mare si stava calmando, le onde si erano fatte brevi, senza riccioli sotto il sole che scottava.
“Papàaaa,” gridò Maddalena,” posso fare il bagno?” Lui fece cenno di no.
“Perché non vuole farti fare il bagno?” chiese la biondina.
“Perché è un rompiscatole, non mi fa mai fare niente. Dice no e no e no e no. Non sa dire altro.”
Le due ragazzine si misero a guardare il mare. “Papàaaaa,” supplicò Maddalena e lui fece ancora quel gesto con la testa che non ammetteva repliche.
“ Ti va male eh, piccola” sorrise l’amico di famiglia con la sigaretta in bocca. Buttò la sigaretta ed entrò in acqua  felice.
“Prova ancora,” disse la biondina  e Maddalena urlò :”Dai papà, me lo lasci fare il bagno, me lo lasci faaareeee?”
“No,” rispose lui. “Piantala!” Maddalena strinse gli occhi. “Al diavolo,” mormorò.” Al diavolo al diavolo al diavolo.” Prese il bastoncino appuntito e lo conficcò nel cuore dell’omino di sabbia. “Guarda cosa ti faccio, guarda.” Diede un paio di pugnalate molto violente, piene di rabbia.
“La tua magia non funziona!” rise  la biondina guardando verso l’ombrellone. L’uomo alto col costume blu sembrava di ottimo  umore. L’altro invece, l’amico di famiglia, che stava facendo il bagno proprio vicino agli scogli, aveva sentito un male ma un male al cuore, che non aveva fatto in tempo a gridare aiuto.

 

 

 

mercoledì 13 novembre 2013

La condanna

Cavolo, non ci vedeva niente bene. Provò a strizzare gli occhi ma le ombre bianche rimasero intorno agli oggetti , nessuna messa a fuoco era possibile. Comunque era ancora vivo. Accidenti a me, pensò, che scorza dura. Aveva proprio creduto di morire poco prima, in ospedale. Ricordava bene le pareti bianche, i tubi d’acciaio della terribile macchina che doveva tenere in vita il suo cuore malandato, moglie e figlia con la faccia da luna piena lì a guardarlo. “Stavolta non ci riuscirete,” aveva borbottato,” non ci riuscirete a farmi sopravvivere. Sono marcio, finito, stanco..” E quelle subito.” Ha parlato , ha parlato, si sta riprendendo!”
Lui era scivolato in una beatitudine obliqua, era stato come lasciarsi andare su un asse inclinata verso un lago fresco, ma il lago era sempre lontano e il lieve senso di vertigine della caduta era di una dolcezza terrificante. “Sto morendo, infine ce l’ho fatta,” aveva pensato. Invece no.
Provò a girare la testa ed ebbe grande difficoltà a coordinare i movimenti. Si ritrovò con i pugni stretti contro la bocca piena di saliva. Non si trovava più nella stanza bianca, niente più tubi infernali, segno che aveva superato la crisi. Da un momento all’altro sarebbero apparse le sue donne, ripugnanti nella loro ossequiosa premura. La malattia lo aveva costretto a contatti odiosi. Ah, le loro mani sotto le sue ascelle per sollevarlo, ah le lingue bianche e veloci che assaggiavano una punta di minestra per lui e fiati di asino e di bue a riscaldarlo e a consolarlo di tanta sofferenza. Sarebbero apparse coi sorrisi bucati, bocche spalmate di rossetto sbavato e via con le carezze, caro di qui, caro di là, forse qualche bacio, ahimè.
Adelmo sospirò e distolse a fatica i pugni dalla faccia. Sentiva un calore sospetto tra le gambe, appiccicoso e beato. Capì, con costernazione, che se la stava facendo addosso.
Bell’affare tenere in vita uno sgangherato come lui. Adesso era anche incontinente e le due care donne lo avrebbero tenuto pulito frugandolo dove lui non voleva.
“ Forse sono paralizzato,” pensò. Provò a muovere le gambe e sentì invece un’insolita vivacità nell’articolazione del ginocchio, una specie di frenesia. Continuò a scalciare perché non ne poteva fare a meno. Non sopportava assolutamente l’idea di essere ancora vivo e questa volta doveva fare le cose per bene, forzare la mano al destino, visto che questo era pigro e giocherellone. La finestra era là. Lui non distingueva i particolari ma era probabilmente aperta. Bastava alzarsi dal letto e splasc. Dioloperdonasse ma era proprio costretto. Non si può illudere un uomo della morte e poi niente, ci siamo sbagliati, tante scuse! La finestra era là, ma lui, invece di alzarsi e muovere quei pochi passi, continuava a scalciare come un tarantolato. Sentì per la seconda volta una soave liberazione tra le gambe, proprio mentre, ne era sicuro, entravano moglie e figlia. Ebbene, l’avrebbero trovato sporco, bagnato, sempre più misero. Vide a malapena le loro facce, chine su di lui, di una grandezza impressionante.

“Il mio piccolo,” mormorò la figlia. Adelmo pensò che doveva aver partorito, non era più grossa come la ricordava. Forse aveva portato il neonato con se per farglielo vedere. Cercò di parlare, aveva caldo aveva sete. “ Il mio piccolo,” disse ancora la figlia. “ Sei proprio cicciotto,” disse la moglie con una tenerezza oscena, e cominciarono a scoprirlo, a dare aria al corpo nudo, a pulirlo. Che vergogna, che vergogna. Poi la figlia disse:” Amore di mamma!” e Adelmo si sentì sollevato, premuto, allora volle gridare e gli uscì un pianto sgraziato di disperazione. Fregato! Era stato fregato. La morte è solo un piacere fuggevole e tutti coloro che si fanno illusioni sappiano che la vita, e poi ancora la vita, e poi ancora la vita è la condanna degli uomini. “Questo bambino ha fame” disse la donna e allora Adelmo sentì in bocca la disgustosa consistenza della carne umana e un saporaccio di latte denso gli annacquò le lacrime.

Mani di nonna

Emma entrò in casa, si tolse le scarpe bagnate e infilò con un sospiro di beatitudine le pantofole. La luce nel soggiorno era spenta. Lei accese la lampada piccola e vide sua figlia Rosalinda seduta al tavolo con la testa appoggiata alle braccia. Dormiva. “La nonna?” chiese Emma ad alta voce. La bambina si mosse, alzò un viso cencioso e inespressivo. “La nonna? Sei andata a vedere come sta? Le hai fatto compagnia? Come mai dormi a quest’ora?” Rosalinda non parlava, si stropicciava lentamente gli occhi mentre sua madre era già sulla porta della camera buia a gridare per farsi sentire dalla nonna. “ Mamma come va? Hai riposato? Ti ha fatto compagnia Rosalinda?” Ed ecco il ronzio della vecchia, un tremulo fischiare di spazi vuoti tra i denti, di corde vocali nodose di polipi. “ La nonna ha detto che non ti sei fatta viva per tutto il pomeriggio…” “Ci sono stata per un po’,” protestò la bambina senza accalorarsi. “ Ma poi… C’è buio là dentro…La nonna mi vuole sempre tenere le mani e io mi stanco.”
“Vergogna,” disse sua madre. Rosalinda non si muoveva dalla sedia. Ci stava ammucchiata più che seduta. “Vergogna,” ripetè. “ Lo sai che i vecchi vogliono essere toccati, sentire il calore, devono capire che tu ci sei, che stai vicina a loro…” Brontolava e stendeva la tovaglia. “Prendi i piatti nella lavastoviglie.” Rosalinda si mise in piedi con infinita fatica. “ E ora vai dalla nonna, su.” “No.” “Che storie sono, vai di là ho detto.” “No, no e poi no.” Non si era mai ribellata così apertamente. Diceva no e poi no con decisione e intanto si lasciava andare sul divano. “Ti senti male?” “ Sono stanca.”
Quando la vicina di pianerottolo si presentò alla porta con la scusa di restituire un giornale a Emma non parve vero di potersi sfogare. “ Rosalinda mi fa disperare, non ne vuole sapere della nonna e quella poveretta sola tutto il giorno, lei che vorrebbe avere sempre gente attorno, capisci, un po’ di allegria…”

La vicina aveva il figliolino in braccio e una gran voglia di curiosare quindi entrò nella camera al seguito di Emma. La vecchia era pallida tra cuscini di piuma, gommapiuma, lana e crine . “ Mamma, guarda chi è venuta a trovarti. Sei contenta, eh? Sei contenta? Vuoi tenere il bambino un attimo?” Due braccia di osso subito tese. Il piccolo strinse il dito di una mano ansiosa e subito si perse nell’abbraccio goffo tra lini e pizzi ammaccati. “ Ti dicevo dunque…” continuò rivolta alla vicina,” che Rosalinda è sempre svogliata sempre stanca. Ma ti pare possibile alla sua età?” L’altra scuoteva la testa incredula sempre però con un occhio al figlio, e come fu svelta, cuore di mamma, a riprenderselo, appena lo vide ciondolare. “ Si è addormentato, guarda! Che strano, non è la sua ora.” La testina del bambino stava abbandonata sulla spalla della madre che ripeteva: non dorme mai a quest’ora, mai. Saluti sulla porta di casa nel buio quadrato del pianerottolo. Rosalinda stava incarognita in un angolo del divano.” Ora vieni dalla nonna un momento, dai, un momento solo.” “No.” Emma sospirò e tornò nella camera della vecchia che stava con occhi di lupo, le mani subito tese . “ Ma si, ti faccio compagnia io.” Le mani dentro le mani e il caldo odore delle lenzuola poco pulite. “ Non ti sei alzata per niente oggi? Non ce l’hai fatta, eh”. Una rossa oscurità. Rosso sulle guance che non potevano essere rosse. Dio che sonno che stanchezza. La testa all’indietro poi raddrizzata bruscamente poi di nuovo abbandonata nel conforto di una specie di vertigine. Si era addormentata ecco, magari per pochi secondi, o minuti, ma adesso Emma aveva gli occhi ben aperti, eppure non ce la faceva assolutamente a muoversi. La vecchia era seduta diritta sul letto e le teneva ancora ingabbiate le mani. “ Sta zitta, non muoverti!” Una voce incredibile, vigorosa, gettò ali di paura nella stanza. “ E’ ridicolo,” pensò Emma cercando di svincolarsi, ma sentiva le braccia molli, i polsi stanchi, le dita fredde in preda a mani che non avevano niente di tremulo e di incerto, anzi, si facevano sempre più sicure mentre catturavano energia, assorbivano vita. Emma provò ancora a cavare la voce ma qualcosa si scolmava dentro di lei fino a farle perdere i sensi. E fu soltanto allora che la vecchia, rinsanguata, si alzò in piedi e, come Dio volle, la lasciò andare.

domenica 3 novembre 2013

La signora vestita di nero

Terenzio ci era proprio stato trascinato a quella festa ed ora lui e l’amico Pio stavano come imbecilli in mezzo al soggiorno gremito.
“Si soffoca,” disse Terenzio. “Oggi non mi sento niente bene.” Bevve un sorso di cognac e sentì la prima fitta al cuore. “Si soffoca,” ripetè. “Ma dai,” disse Pio allentandosi il nodo della cravatta e guardandosi in giro. Terenzio riusciva a vedere oltre le teste il gruppo delle poltrone accostate al muro per fare spazio e lei era tutta nera di capelli di occhi di rossetto di vestito di calze, seduta là, come lasciata andare. Forse dormiva. Di solito Terenzio non guardava le donne. Ne aveva abbastanza di Flora, sua moglie, una presenza opaca di larga consistenza, untuosa nelle carezze e nei contatti. Aveva chiuso con le femmine lui, o almeno credeva.
“ Chi è?” chiese affascinato.
“Chi?” Pio era distratto, non guardava nella direzione giusta.
“ Quella donna vestita di nero, seduta sulla poltrona, anzi sdraiata. Sembra che dorma. La vedi? Chi è? La conosci? Me la presenti? Ehi, la conosci?”
Pio aveva trovato una bionda un po’ pinocchia che ci stava e aveva cominciato a ridere con lei. Ridevano tutti e due come iene. Terenzio stava molto attento a come rideva la gente, se con la ah ah se con la oh oh. Diffidava da chi rideva con la eh e aveva paura della risata di Flora: un ih ih ih che faceva venire i brividi. Sentì ancora una volta la fitta al cuore, seguita da un crampo minuscolo e poi niente. La terza fitta aprì un cuneo di dolore profondo e bruciante dal petto al dorso. “ Dio mio ci siamo,”pensò gorgogliando dalla nausea. “ Adesso stramazzo qui davanti a tutti con un maledetto infarto.” Si aggrappò alla tenda per reggersi ancora un momento e vide la signora vestita di nero con dolci occhi sprofondati in occhiaie nerofumo, farsi largo e avvicinarsi proprio a lui. “Salve, “ disse con la voce più soave che lui avesse mai ascoltato. “Si diverte?”
“ No, “ rispose Terenzio. La fitta stava regredendo, gli lasciava una specie di prurito quasi piacevole. Lei era bellissima, molto in ombra per via di quell’ala di capelli neri che le strisciava sulla guancia. Rideva con la risata grassa e dolce che lui preferiva, a denti scoperti, gola arrovesciata e palpebre semichiuse.
“Anch’io non mi diverto…” Aveva le unghie laccate di un nero perfetto in fondo a dita sottili. Terenzio pensò a ragni immobili su nere ragnatele e si sentì perdutamente innamorato. “Andiamocene,”propose. La donna fece un cenno di deliziosa complicità e gli si appese ad un braccio, giù per le scale buie, nell’androne buio. Terenzio si sentiva in completo benessere e mise subito le mani intorno alla vita di lei, giacca e pantaloni premuti contro la sua splendida magrezza. “Ti voglio avere.”
“Semmai sarò io che avrò te,” mormorò la signora vestita di nero. La sua scollatura si slabbrava, le vesti salivano i baci erano una vertigine. Terenzio non aveva mai provato nella sua vita una felicità e un’urgenza così impetuose. “Ti prego,” la supplicò. “Ora, qui,adesso, subito.”
“Non è tempo, “disse lei decisa, ricomponendosi. “Non è ancora arrivato il momento. Devi avere pazienza.” Intanto si ritraeva, gli sfuggiva inghiottita dall’ombra dell’androne. “Stai con me” gridò Terenzio.
“Sono qui caro,” rispose Flora la grassa, la unta d’olio d’oliva, sua legittima sposa riversa su di lui in un accecante chiarore di luce al neon. “Che c’è, cosa è successo?” chiese Terenzio scostandola. Si trovò intricato da fili collegati ad una macchina.
“Ce l’hai fatta amore mio,” disse Flora. “Ora sei fuori pericolo.”
Pio stava dietro di lei. “Ieri sera ti sei appeso ad una tenda e poi patapumfete giù per terra. Non ti ricordi niente” chiese con voce emozionata. “Niente. Cosa è stato?”” Un infarto. Ma ora tutto è a posto.”
“Ho visto la morte in faccia…” disse trasognato Terenzio.
“Ma ora tutto è a posto,” ripeterono in coro moglie amico infermiere e medici del reparto. Flora coi capelli scoloriti e le sopracciglia tatuate si avvicinava con tutto il suo affetto colloso, mezzo metro, pochi centimetri.

“Mio Dio no, “ Sospirò lui respingendola e tutti si addossarono al muro, comprensivi, per lasciar passare più aria. “ E’ agitato, bisogna lasciarlo in pace…” E allora Terenzio vide che la porta si apriva ed entrava il bellissimo amore suo, tutta vestita di nero coi neri capelli di seta. Lui le fece posto nel letto e, fregandosene di tutti, cominciò ad abbracciarla e a baciarla finchè, finalmente, fu suo.