Una fila di cipressi
incatenava la casa all’acqua . Il giardino era solcato in tutta la sua
lunghezza dall’ombra densa di questi
alberi cigolanti e pieni di nidi.
Eliseo viveva solo, godendosi
i tempi lunghi del lago, segnati dalle diverse increspature dei venti, in un
ozio contemplativo che prodigava a piene mani una specie di inquietante
felicità. Quando sua moglie Melissa, separata da anni, gli comunicò che avrebbe
passato alcuni giorni da lui con la figlioletta Serena, Eliseo tentò deboli
rifiuti. “Ma come,” gridava la donna dall’altro capo del telefono, “tua figlia
quasi non la conosci! Non senti nessuna tenerezza di padre?” Eliseo non sentiva
nessuna tenerezza di padre e tirò fuori la scusa della domestica in ferie. “ Mi
porto la Cleofe,” disse la moglie. “Fa tutto lei, non c’è problema!”Così Eliseo si vide arrivare le tre donne su una Citroen carica di valigie. Sua moglie Melissa era più bella di dieci anni prima: imbastita cucita stirata ricamata, non faceva una grinza. La bimba, figlia sua, sangue del suo sangue, era più brutta di come lui la ricordava e stava diritta in piedi, senza nessuna grazia, ad aspettare un segno d’amore e allora lui le disse: “Ehilà, vuoi fare il bagno nel lago?” e quella si mise a saltellare di gioia. La serva Cleofe, Eliseo se ne era accorto, non gli staccava gli occhi di dosso. Lo soppesava, lo misurava, osservava le ombre scure sotto i suoi occhi di uomo solitario, gli guardava i denti quando lui rideva. “C’è qualcosa che non va?” chiese cortesemente da bravo padrone di casa. Lei si strinse villanamente nelle spalle e non rispose.
La sera stessa c’era la luna piena. Il giardino bianco e nero tremava di una bellezza maligna. Serena voleva scendere a fare un altro bagno. “Ma no,” disse la serva Cleofe,” ma no che c’è la luna piena.” “E allora?” chiesero in coro Eliseo e Melissa. “E’ notte di vampiri e la bambina è meglio che vada a letto.” “Storie! La bambina resta con noi,” disse secca Melissa. Cleofe getto un’occhiata di fuoco ad Eliseo e se ne andò sbattendo le porte una dietro l’altra fino a quella di camera sua .
E’ una donna strana,” disse lui alla moglie. “ Di solito è normale, allegra, simpatica. Non so cosa le è preso..” mormorò lei pensierosa. “Forse non le piace il posto,” azzardò Eliseo. “Non le piaci tu,” disse sempre più pensierosa Melissa. “Non so perché ma non le piaci proprio.”
Eliseo fu preso da un’angoscia polverosa, antica, conosciuta e sconosciuta al tempo stesso. Prima di andare a dormire passò davanti alla camera di Cleofe e quando sentì l’angoscia diventare paura, non ebbe più dubbi e chiuse la porta della donna a chiave. Non si fidava. E la luna era piena. Splendeva rotonda, senza sbavature. Si potevano sentire i pianti dei lupi sulle montagne al di là del lago.
Eliseo credeva che non si sarebbe addormentato mai ma poi dormì. Un sonno pieno di incubi, e l’alba fu livida, straziata da nuvole filacciose e il giorno, miracolosamente, si aprì su cristallini strappi di azzurro mentre il lago mormorava come un prete in confessionale.
“Ho dormito male stanotte,” disse Melissa spiegazzata come un cuscino di lino.
“Anch’io,” disse Eliseo. “Non si è ancora svegliata Serena?”
“Nemmeno Cleofe si è svegliata.”
Allora lui si ricordò di averla chiusa a chiave. Attraversò il portico di corsa ed entrò in casa. Si udivano gli urli della serva che batteva i pugni sulla porta. “La bambina, dov’è la bambina, dov’è la bambinaaa”. Era come un’ossessa, diede una spinta ad Eliseo e corse verso la camera di Serena. Si fermò un attimo. Cantavano gli uccellini in pieno sole, gridarono le cicale più forte e ancora più alto fu il suo grido, e poi il grido di Melissa che era sopraggiunta e altre grida e tutto, tutto gridava.
La bambina giaceva azzannata alla gola. Due buchi sul collo insanguinato e lei bianca più bianca della camicina di sangallo.”
“Lo sapevo,” mormorò la Cleofe. “Io lo sentivo che sarebbe finita così.” Non gridava più nessuno.
Eliseo si sentì carico di orrore e di stanchezza infinita. Fece pochi passi ed entrò in bagno. Lo specchio gli rimandò la faccia color pietra, una lieve traccia rossa sui canini da lupo mannaro. Ma da tempo ormai aveva cantato il primo gallo e lui , come sempre, aveva perso ogni memoria della notte.
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